Lee Morgan, recensione su Superfly

Lee Morgan, recensione su Superfly

recensione apparsa su Superfly di giugno/luglio 2009

di David Nerattini

Scrivere la biografia di un musicista scomparso quattro anni prima della tua nascita non è un’impresa da poco, se poi il musicista per giunta è afroamericano e tu sei inglese immagino che sia ancora più complicato. Eppure il giovane critico di Wire Tom Perchard, classe 1976, è riuscito con il suo libro su Lee Morgan — di certo non il più noto fra i jazzisti della sua era — a creare un lavoro assai interessante oltre che ben scritto. Un bel risultato frutto, oltre che di un’attenta ricerca “sul campo” e delle tante testimonianza di persone coinvolte nei fatti, di una visione larga sulla vita di Morgan che si sofferma tanto sull’aspetto biografico e musicale, quanto di un’analisi dell’ambiente e dell’epoca a metà fra storia e sociologia. Certo, talvolta la visione di Perchard sembra risentire dalla troppa distanza dai fatti che racconta ma, anche quando nella seconda parte del libro forza un po’ la mano sulla militanza politica del trombettista, riesce comunque a fornire un quadro attento — anche se non approfondito — della situazione.
Lee Morgan, nato a Philadelphia nel 1938 e morto ammazzato in un club di New York dalla moglie gelosa a soli 33 anni, è stato uno dei tromettisti jazz più importanti degli anni Cinquanta e Sessanta. Dagli esordi con l'amico John Coltrane all'entrata nel 1958 nella più classica delle formazioni dei Jazz Messengers di Art Blakey (con Wayne Shorter, Jymie Merritt e Bobby Timmons), preludio ad una carriera solista che ebbe con The Sidewinder
— un classico del soul jazz nel 1963 — il suo picco di vendite e popolarità, giù fino ai momenti difficili degli ultimi anni. Il libro di Tom Perchard ne ripercorre l'intera vicenda umana e musicale senza però indugiare nel (facile) pettegolezzo o nei particolari "trash" della vita di un uomo che ha vissuto sempre al massimo della velocità, abbandonandosi a tutti i vizi tipici del suo ambiente e della sua era, eroina compresa. Lodi alle edizioni Odoya di Bologna quindi, per averlo pubblicato anche in Italia. Noi ve ne presentiamo un estratto.


Performance, competizione e status nel cool world

Molti jazzisti importanti mossero i primi passi nella Philadelphia degli anni Cinquanta. Sembra che dipendesse dalla presenza di un sistema di apprendimento composito ed efficace della teoria e delle tecniche di performance; c’era qualcosa in quell’ambiente culturale che nutriva e catalizzava il talento dei giovani musicisti.
Ovunque, a Philadelphia, nelle comunità nere si formavano gruppi di jazzisti, band indipendenti che suonavano in tutta la città ma che continuavano a identificarsi e a essere identificate con il quartiere di provenienza (anche se il discorso sulla provenienza e l’appartenenza interessa da sempre le culture urbane afroamericane, è stato ampiamente riconosciuto come tale solo dopo che i rapper l’hanno posto in evidenza, talvolta con tragica risonanza). I giovani musicisti di Philadelphia avevano le stesse ansie urbane legate allo status, al potere, alla proprietà e all’identità, dei loro coetanei che appartenevano alle gang e, poiché non compensavano questi problemi spartendosi il territorio, c’era sempre una competizione amichevole tra musicisti di quartieri diversi1. Lee Morgan e i fratelli Wilson, il trombettista e pianista Don e il sassofonista tenore Stan, vivevano nel quartiere Tioga a North Philadelphia. Pochi isolati più in là, nelle case popolari Richard Allen, il bassista Spanky DeBrest e il batterista a tempo pieno Lex Humphries crebbero con l’intrattenitore e batterista part-time Bill Cosby. La sala di ricreazione delle case Richard Allen veniva utilizzata come sala prove da molti musicisti della zona circostante. Il bassista Jimmy Garrison viveva vicino a quelle case, e il sassofonista Odean Pope, il trombettista e arrangiatore Owen Marshall e Kenny Rodgers, da un’altra parte, nella zona più a nord.
A West Philadelphia, il salone di bellezza della madre di McCoy Tyner era un punto di incontro per i musicisti del luogo, come il bassista Reggie Workman, il sassofonista tenore Archie Shepp e il batterista Donald Bailey. Nella parte meridionale della città, casa Heath aveva una funzione simile: il più giovane tra i figli, il batterista Tootie, ospitava abitualmente il pianista Bobby Timmons, il trombettista Ted Curson, il sassofonista Sam Reed e i fratelli Grimes (il bassista Henry e il tenore Leon). Ma la scena musicale era grande quanto la città e i musicisti cercavano di suonare ovunque fosse possibile. Sam Reed raccontò:

ogni volta che avevamo una jam session o qualcosa del genere, tutta North Philadelphia lo sapeva, perché facevamo in modo che lo sapessero tutti e loro venivano a vederci. E viceversa. Ci sentivamo per telefono qualche volta e i nostri genitori si arrabbiavano moltissimo. Mia mamma diventava matta perché per telefono discutevamo dei cambiamenti da fare: bisogna cambiare questa melodia qui e quest’altra qui, e così via.

Nonostante ci fosse un’apertura nella scena musicale, un senso di “fratellanza”, come dice Reed, chi era fuori dalle cerchie ristrette, era invidioso dei giovani gruppi di musicisti, così sicuri di loro, che giravano per la città. Rashied Ali, che più tardi avrebbe iniziato a suonare con John Coltrane ma che era considerato al di fuori della scena jazz hard bop, disse di Morgan:

ero sempre geloso di lui perché era il più giovane e suonava meglio di chiunque altro… Lo odiavo perché otteneva tutti gli ingaggi possibili. Art Blakey quando veniva in città voleva suonare solo con lui2.

C’era anche un certo grado di isolamento etnico sulla scena, sebbene i musicisti bianchi fossero pochi: i sassofonisti Ziggy Vines e Billy Root erano i più importanti e i meglio accettati, ma talvolta c’erano degli attriti tra bianchi e neri. «Questo paese si rovina da solo con il razzismo» affermò Eddie “Philly” Green, ripensando al passato. Riportando la reazione di alcuni musicisti neri quando avevano a che fare con band interraziali («Oh wow, avete un bianco nella band»), Green racconta che «quei ragazzi ti piantavano in asso e uscivano dalla porta perché [il musicista bianco] era inammissibile… ecco con quale facilità venivamo messi all’angolo».
Amicizia o meno, c’era una competizione sfrenata nelle performance musicali, non solo tra gruppi ma anche tra singoli. Don Wilson ricorda che

se persino Bird veniva in città, non importava quanto fosse rispettato, quei ragazzi erano lì per cercare di batterlo. Ecco come andavano le cose a quel tempo. Penso che venisse fatto in modo fraterno… c’era quest’espressione, stavolta ho avuto la meglio. Era un mondo competitivo, era come nello sport, era competitivo perché loro erano competitivi.


Angela

Nel giugno del 1969, il governatore di stato Ronald Reagan ordinò che Angela Davis, una giovane docente nera dell’Università della California, fosse destituita dalla sua cattedra. L’accusa fatta a Davis era di far parte del Partito Comunista, sebbene neppure il suo coinvolgimento con vari gruppi politici neri, incluse le Black Panthers, fosse visto di buon occhio. Nell’agosto 1970, in California, una sparatoria tra la polizia e le Black Panthers procurò diversi morti, incluso un giudice e la Pantera diciassettenne Jonathan Jackson. Dato che una delle pistole in questione era registrata a nome Davis, questa fu accusata di omicidio in absentia. Davis si nascose, e fu in fine arrestata a New York nel 1970. L’attivista venne infine rilasciata nel giugno 1972, dopo che una campagna di risonanza internazionale attirò l’attenzione sul caso. Grazie alla forza della sua posizione, come giovane donna intellettuale attivista – che indossava un Afro – Davis divenne un’eroina popolare nera americana, un simbolo di forza, sfida e addirittura stile.
In quanto nero americano politicamente impegnato e leader di una vita pubblica, Lee Morgan era nella posizione di poter difendere la causa di Davis. I membri della band di Morgan ricordarono di aver suonato diverse volte a beneficio della campagna per Davis, inclusa una performance in quello che attualmente è il Manhattan Center sulla trentaquattresima Strada.
Billy Harper sospirò:

Eravamo in parte consapevoli del fatto che l’FBI ci girava intorno. Quindi è molto probabile che tutti quelli che erano coinvolti nella questione dei benefit venissero bollati o cose del genere, e certamente furono tenuti sotto controllo, ed erano su una lista. Ma a quel tempo non ci interessava, non eravamo consapevoli e non eravamo spaventati. Ma se penso a cosa poteva succedere in seguito.

Ti capitò qualcosa nel corso della tua carriera per cui puoi dire che ci fu qualche tipo di burocrazia che lavorava contro di te a causa di quello?

Sicuro. Sì! Probabilmente molto, molto di più, sai.

«Non si sa mai, no?», rispondendo alla stessa domanda. Questa osservazione e ostruzione era il segno della solidarietà culturale del musicista e delle minacce che aveva subito. Queste si presentavano in molti modi: il prestigioso album di Harold Mabern del 1969, Greasy Kid Stuff! mostrava Lee Morgan alla tromba e un pezzo chiamato ‘XKÈ. Il titolo della composizione, una dedica ai martiri dei diritti civili Malcolm X, Martin Luther King e Medgar Evers, fu obiettato dalla compagnia discografica. Il titolo acronimico rimase, comunque, come fece quello di Herbie Hancock Ostinato (Suite for Angela), che il tastierista incise agli inizi del 1971. Nell’estate di quello stesso anno, mentre si preparava all’incisione di quello che sarebbe stato il suo ultimo album, Lee Morgan chiese a Jymie Merritt di scrivere un pezzo per l’imputata, e il gruppo iniziò a suonarlo nei suoi concerti prima dell’incisione a settembre.

Vai alla scheda del libro
Visualizza l'immagine dell'articolo

Pubblicato: 26.06.2009
Odoya srl. Via Benedetto Marcello 7, 40141 Bologna, Italy
Tel/Fax +39.051474494 - info@odoya.it - P. iva 02774391201
Copyright © 2018 Odoya. Powered by Zen Cart - Designed by InArteWeb
Parse Time: 0.122 - Number of Queries: 131 - Query Time: 0.033664252624512