L'invasione della colonna sonora

L'invasione della colonna sonora

Recensione apparsa sul Repubblica il 26 Febbraio 2011

di Giorgio Falco

Dai supermercati agli ascensori, dalle case fino ai bancomat. Ovunque c’è una musica di sottofondo che non si spegne mai.
E’ un fenomeno nato negli anni ’50 che ha avuto fasi diverse, tra “exotica” e “Lounge” passando per il sofisticato album “da aereoporti” di Brian Eno. Così abbiamo finito il silenzio: un modo per stare sempre in ascolto o una distrazione perenne?
Così le melodie easy listening allo spaceage pop, fino al revival lounge: tutti pronipoti dei ritmi hawaiani. Ma pubblicità, riproducibilità infinita e happy hour ne hanno fatto un tappeto sonoro invasivo.

Il luogo è appena oltre lo zerbino, sul pianerottolo di casa: palme sradicate, sostituite da provvisorie strutture di cemento armato o da finte palme all’interno di grandi piscine coperte, circondate da parcheggi. Il luogo è fatto di bonghi, marimbe, tamburi, archi, violini, campanelli cinesi, chitarre thaitiane, risacche di spiagge lontane, gli elementi convivono con la natura feroce per finta, che soccombe, addomesticata al nostro volere: un territorio indefinito ma rilassante , sorridente negli ululati del coro. Tutto questo è molto più di un luogo e di una musica: è la proiezione in cui viviamo dalla metà degli anni ’50, il Mondo Exotica.

Così lo definisce il titolo del libro di Francesco Adinolfi, uscito dieci anni fa per Einaudi. La musica exotica e i suoi sottogeneri – lounge, spaceagepop, easy listening, spy music, crime jazz, fino alle più, recenti contaminazioni elettroniche del revival lounge anni '90 – sono il fenomeno, non solo musicale, argomento del libro di Francesco Gazzara Lounge Music (Odoya 288 pagg, 18 euro).

La definizione exotica è stata coniata da Martin Danny a metà degli anni ’50, quando suonava nei locali hawaiani. Di lì a poco le Hawaii sarebbero diventate il cinquantesimo stato degli Usa. Distanti quattromila chilometri dalla cosata californiana le Hawaii rappresentavano lo stereotipo che l’Occidente aveva dell’esotico e che, molto spesso, sopravvive nell’immaginario odierno. Così ancora oggi, grazie alle digitalizzazioni dei brani dello stesso Martin Denny, di Les Baxter, di Burt Bacharach, possiamo avere tre minuti di sospensione, di sereno smarrimento dentro il nucleo caldo, approdo provvisorio di un altrove. Negli anni ’50-‘60 la musica exotica rappresentava lo svago programmato su vinile, la melodia dell’uomo medio americano: era ascoltata in aeroporto, nei motel, negli alberghi, nei supermercati, alla filodiffusione, alla radio, accompagnava le soste per rifocillarsi, il ritmo degli acquisti, i tragitti automobilistici, da casa al lavoro e ritorno.
L’uomo medio americano, grazie a quelle note, era ovunque, anche nella lingua di una terra artificiale, inesplorata, nel soggiorno con vista sul giardino nella casa suburbana, dove l’uomo preservava e rafforzava la propria identità, ciò che arrivava dall’esotico, serviva solo a rinsaldare l’esistente, glorificava uno standard di vita, comprese le incongrue fughe dalla realtà, magari in compagnia della donna exotica, dal ruolo marginale, a metà tra il ruolo del sogno inafferrabile e la moglie in attesa dietro i vetri. Le melodie oscillavano tra il domestico e l’ignoto, la giungla comica oltre la siepe e l’abitudine simultanea a tanti oggetti durante l’ascolto. Il mondo diventava più breve, accorciato dai voli intercontinentali. La Guerra Fredda, l’atmosfera cospirativa di spie e agenti segreti, il programma spaziale, tutto entrava nella musica exotica. Invece i test nucleari, effettuati nei luoghi reali – Isole Marshall, atollo Bikini, Polinesia francese – erano rimossi perché quella musica evocava luoghi incontaminati, l’esotico senza alcun rischio, la melodia li edulcorava rendendoli uno spazio esclusivamente mentale, ideologico: «il blues dell’uomo bianco», secondo il giornalista inglese Dylan Jones.

La musica exotica è stata la felice unione di compositori, sperimentatori talentuosi, che hanno collaborato con il cinema, soprattutto quello di genere. Le colonne sonore di agenti segreti come 077, imitazioni italiana di 007; i mondo movie come Mondo Cane, a metà finzione e documentario;il genere exotico-erotico italiano, nel passaggio del decennio ’60-’70 quando la coppia borghese, in crisi coniugale, partiva per un luogo lontano, per riscoprire le emozioni dimenticate o mai avute trovate tra le braccia di una donna nativa dell’isola, vittima che seduceva il marito e la moglie talvolta contemporaneamente, mentre i bonghi e le percussioni dettavano i respiri, i finti orgasmi doppiati in uno studio laterale di Cinecittà, prima della tragedia finale, rappresentata dalla definitiva espropriazione del corpo dell’altra, salma abbandonata mentre la coppia, perfettamente ricomposta, decollava su un aereo circondato dalla luce turistica inquinata, e tornava nell’attico italiano.
Questa musica pareva si suonasse da sola, calata dal cielo, compatta, sghemba, raffinata, senza il culto funebre della rock star, il corpo predicatorio, santino immolato sul palco. Al massimo sembrava eseguita dal personaggio di un cartone animato. Dava un benessere malinconico, evocava un sentimento passeggero, ritmava il fischiettio sotto la doccia, trasportava l’ascoltatore sulle scale mobili, la camminata con il carrello della spesa. E proprio qui è successo qualcosa. Questa musica adocchiata dalla pubblicità, dalla riproducibilità infinita di una cover, è stata aggredita in modo subdolo, banalizzata nell’uso e nell’esecuzione, per essere svuotata dal di dentro. La musica exotica celava sotto l’orecchiabilità, qualcosa di pericoloso: la grande qualità. Cambiando l’uso e l’esecuzione, si è scavato sotto la superficie, per estrarre qualcosa di intimo, di segreto.
La musica exotica – nelle più recenti derivazioni e sottogeneri è diventata tappeto sonoro continuativo, da happy hour, rito peraltro già obsolescente in attesa delle prossime mode, sottofondo così invasivo da non farci sentire nemmeno il destino comune, il senso di prigionia e solitudine dell’oliva in fondo al calice, sotto la nitida luminosità della trasparenza prealcolica. Non ci siamo accontentati dei tre minuti. Abbiamo barattato le indicazioni del silenzio con una ninna nanna ansiolitica. Eppure crediamo ancora di governare la superficie ininterrotta. Facciamo piccoli gesti decisivi, inconsapevoli, convinti di poterli eseguire in accordo al sottofondo. Ma il sottofondo non è solo sonoro, è feroce, non si accontenta, vuole tutti i nostri frammenti, ricomposti nel suo flusso continuo. I gesti decisivi diventano secondari e il sottofondo dominante, che pensiamo relegato in secondo piano, diventa la vita.


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Pubblicato: 28.02.2011
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