Il Marchese De Sade su Libero

Il Marchese De Sade su Libero

Recensione apparsa su Libero il 06 Maggio 2011

di Andrea Colombo

Divino marchese o marchese dannato, il conte Donatien Alphonse François è stato comunque un grande protagonista del secolo della Rivoluzione francese. Uno scrittore, libertino e anarcoide, che ancora oggi suscita disgusto e orrore tra i ben pensanti. Tante le condanne e le censure decretate soprattutto per le 120 giornate di Sodoma (manoscritto che si pensava perduto per sempre, riapparso miracolosamente agli inizi del ‘900). Un testo che Pasolini portò sul grande schermo con un film tra i più inquietanti ma anche affascinanti del cinema italiano.
La ripubblicazione di una vecchia biografia del Marchese De Sade, scritta da Dante Serra nel 1950, ora arricchita da una serie di apparati iconografici e schede illlustrative da parte di Odoya (pp. 256, euro 18), ci permette di ripercorrere la sua vicenda. Il dramma di un uomo che fu, prima di tutto, un perseguitato, una vittima della mala giustizia sia nell’Ancien Régime sia del furore giacobino. Proprio mentre la corte di Ligi XV si dava alle pazze gioie. Il marchese, reo solamente di frequentare postriboli e organizzare festini a luci rosse, finiva in gattabuia. I potenti aristocratici potevano permettersi ogni nefandezza. Sade, invece, essendo estraneo ai circoli che contano, sarà destinato a pagare anche per delitti mai commessi. E così fu costretto a marcire gran parte della sua vita in galera e a difendersi da accuse assurde di quei moralisti che ben si guardavano dal colpire i crimini delle élite al potere. Visse privato della libertà per decenni, spesso per colpa di sentenze poco chiare.
Con l’avvento della Rivoluzione il marchese conosce un breve periodo di tranquillità, in cui cerca di fornire consigli utili, e di grande buon senso, ai nuovi governanti della Francia.
Pur essendo stato un valoroso cavaliere in gioventù, si scopre ora un pacifista, nemico della coscrizione obbligatoria: «Rinunciate allo spirito di conquista e, non avendo mai dei nemici, non dovendo occuparvi di difendere i confini, non avete bisogno di assoldare tanti uomini in tutti i tempi». Non poteva mancare un incitamento ai giudici ad applicare una maggiore tolleranza ed equità: «E’ un’abitudine visibile quella dei giudici di considerare un accusato sempre colpevole; vari motivi possono aver procurato dei nemici a un uomo: la maldicenza, la calunnia…».
L’idillio con i giacobini però durerà poco. Il marchese che rinnegando la sua nascita si faceva chiamare cittadino Sade, anche se palesava in ogni scritto la sua fede rivoluzionaria, fu comunque accusato di essere un moderato. Caduto in sospetto, fu arrestato per ordine del comitato di sicurezza generale il 6 dicembre 1793. Recuperò la libertà, provvisoria, solo nell’ottobre del 1794 e, per timore di destare nuovi sospetti, visse ritirato da ogni movimento rivoluzionario. Anche il periodo napoleonico non gli fu favorevole. Nel 1804 scriveva al ministro della Polizia: «Le leggi e i regolamenti riguardanti le libertà individuali non sono mai state così chiaramente disattese come nel mio caso, dal momento che è senza alcuna sentenza o atto che continuano a tenermi chiuso e segregato».
Dai suoi aguzzini veniva definito «persona incorreggibile», «ostile ad ogni forma di costrizione», affetto da «costante pazzia licenziosa». Capro espiatorio da manuale, de Sade, non potendo più frequentare i bordelli, si dedicò a un’altra delle sue attività preferite: la scrittura, e non senza un certo successo. In Justine ovvero le disgrazie della virtù (1791, ora ripubblicato da Newton Compton), da vero rivoluzionario delle lettere, ribaltò lo schema del romanzo tradizionale (ancora oggi ripreso in modo così lapalissiano dalle “favole” hollywoodiane) che inevitabilmente finiva con il trionfo del bene sul male.
Nemico di ogni moralismo, Sade si dimostra acerrimo oppositore del mito del “buon selvaggio” diffuso da Rousseau e alla base di tante utopie giacobine: l’uomo è marcio fino al midollo, irrecuperabile. Un’anima bella come Justine non può che rendersi conto che le sue pie intenzioni sono castelli di carta che s’infrangono contro il mare magnum dei vizi. Ma la visione filosofica del marchese non è una riproposizione, in chiave porno, del biblico peccato originale. La sua è un ottica spietatamente atea: nessun riscatto nell’al di là, nessun sacrificio è necessario. Bisogna, al contrario, sulla scia di Epicuro, godere il più possibile, qui ed ora. Ogni mezzo per raggiungere il piacere è lecito, ogni rinuncia dettata dalla coscienza (coscienza che ovviamente per Sade non esiste) un’assurdità che castra la naturale volontà di godimento dell’uomo.
Scriveva: «Sii uomo, sii umano, senza timore né speranza; abbandona i tuoi dèi e le tue religioni. Rinuncia all’idea di un altro mondo, che non esiste, ma non rinunciare al piacere di essere felice, e di godertela in questo». Justine verrà punita dalla dea bendata con ogni sorta di disavventura per aver voluto vivere secondo i dettami morali della “buona” borghesia. Chi vive invece secondo i dettami del marchese è invece la sorella minore di Justine, Juliette, protagonista di Storia di Juliette, ovvero la prosperità del vizio (1801), che coerentemente diventa una prostituta d’alto bordo e viene premiata dalla fortuna. Con le 120 giornate di Sodoma, la narrazione di Sade tocca il culmine: dell’orrore, del realismo, della spietatezza. La “ scuola del libertinaggio”, come recita il sottotitolo prevede vari livelli di insegnamento: dalle pratiche del sesso estremo a quello sodomitico, dalla coprofagia all’ultimo girone infernale del sadomasochismo assassino.


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Pubblicato: 16.05.2011
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