Lucio Dalla: “I miei ricordi a fumetti di Alceste Campanile”

Lucio Dalla: “I miei ricordi a fumetti di Alceste Campanile”

Recensione apparsa su Repubblica di Bologna il 10 Giugno 2011

di Alberto Sebastiani

Alceste Campanile lega il suo nome a Circolo Ottobre, a Lotta Continua, come Francesco Lorusso e molti altri. Nomi di un passato mai risolto.
1975. Un delitto emiliano (Odoya) parla di quegli anni e di Alceste, reggiano, ucciso il 12 giugno 1975: vittima dell’estrema destra, secondo una sentenza del 2007.
Alberto Guarnieri, giornalista, conosceva Alceste e con Emilio Laguardia ha deciso di raccontarne la storia. Con un fumetto. Cambiando nomi e talune circostanze.
Alceste (Adelchi nel libro) nella realtà muore la sera prima d’un concerto di autofinanziamento, e non la sera stessa come nel fumetto. Nella realtà doveva salire sul palco: lo fa nel fumetto e canta una significativa Wish you were here dei Pink Floyd, prima dell’ospite d’onore. Che era, ed è nel fumetto, Lucio Dalla.
Ricorda bene quella serata. Ed è la sua introduzione al libro, che domani alle 18 presenterà in Feltrinelli di piazza Galvani.

Dalla, lei contesta la definizione "anni di piombo". Perché?
«Niente è più illusorio e tragicomico di definire con una parola, in modo preciso e chiuso, gli anni che passano. Siamo sempre in mutazione, e quegli anni avevano la carica energica di una fase di mutazione. C’era di tutto, nel bene e nel male. Senza essere né critico in negativo, né ottimista positivo, furono anni turbolenti, di cose orribili e atteggiamenti costruttivi. Come la riflessione sui cambiamenti sociali. Si ragionava e si è anche sbagliato. Oggi si sbaglia meno perché si ragiona meno».

Lei racconta anche che in Emilia c’era un modo particolare di intendere la politica.
«C’era un modo diverso di intendere i problemi e di affrontarli. Oggi c’è un’invasione mediatica insopportabile e un modo di essere sondato sulla differenza. Quando parlo di emilianità parlo di un serbatoio collettivo culturale, di un sistema di analisi e di vedere e sentire le cose. Sentirsi emiliani produceva cultura, conoscenza e civiltà. Oggi è cambiata la nebulosa in cui identificarci, ma questo vale per l’Italia e il mondo. I nostri valori vengono continuamente frammentati ».

Quegli anni sono anche il marzo ’77, una ferita ancora aperta.
«Sì in quei giorni rimasi chiuso in casa, ma quando andai in zona universitaria e vidi i carri armati mi spaventai. Era qualcosa di grottesco, come la messa in scena di un film che distorceva l’ambiente abituale. Mi spaventai non per quanto successe, ma per lo stravolgimento del set, per il distacco tra il dimostrare di tante persone insieme e quello che vedevo».

E può quel periodo essere raccontato a fumetti?
«Certo, è una lettura diversa, un modo diverso di raccontare. Un modo diverso di raccontare. Anche se il mio rapporto è cambiato negli anni. A inizio carriera lavoravo in Rai per la trasmissione Gli eroi di cartone, e avevo scritto la canzone Fumetto. Poi il mio interesse calò. Forse per un abuso di “fumettizzazione” del reale».


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Pubblicato: 20.06.2011
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