Gramsci globale sul Mattino

Gramsci globale sul Mattino

GRAMSCI? UN'ICONA POP CANTATA A TEMPO DI RAP
Recensione apparsa sul Mattino il 17 Giugno 2011

Dal filosofo nero Cornel West a Michela Murgia, passando per i «neocon»: fortune e riletture del pensatore sardo

di Francesco Romanetti

Sentite qua «La rivoluzione richiede partecipazione, ma a volte la gente esita / il governo deve rispettare la volontà del popolo… / Riportare l’hip hop alle sue radici / quando la gente poteva vedere / che l’hip nell’hip hop stava per/ vogliamo essere liberi». E via così, con la musica martellante e una voce nera e impastata che ritma il brano. Non ci credereste, ma questo è un esempio di come Cornel West – filosofo afroamericano, marxista e cristiano – ha inteso portare Antonio Gramsci in America. Sicuramente un eccentrico, questo Cornel West: autore di numerosi saggi filosofici, ha inciso cd hip hop con la partecipazione di Prince, Talib Kweli, Chukii Booker e gente del genere. Anche per questo lo hanno espulso dall’università di Harvard.
Cornel West dice cose del tipo: «Abbiamo bisogno di filosofi danzanti, Socrati pieni d’allegria, pensatori poetici che filosofeggiano su un’increspatura funky».
Di sé sostiene: «Mi considero un bluesman nella vita della mente e un jazz man nel mondo delle idee». Capito?
Nel film Matrix Reloaded ha avuto una particina interpretando il consigliere West.

Sì ma Gramsci che c’entra?
C’entra e come. Perché è ricorrendo a categorie tipicamente gramsciane – come quelle di «egemonia», «senso comune», «cultura popolare», «intellettuale organico» – che Cornel West vorrebbe trasformare la cultura hip hop nata nei ghetti neri in una potentissime arma per abbattere il potere capitalistico.
Gramsci, dice West, aveva capito che la rivoluzione nasce dalle contraddizioni della struttura sociale, ma che poi va combattuta sul terreno della sovrastruttura – dunque del pensiero politico, della cultura, dell’identità collettiva. Della coscienza. O della «coscienza di classe», se si preferisce. Gramsci, dunque, preso in uso nei ghetti neri, nelle periferie dell’Impero.
Ma fosse solo lì: il fatto è che ad utilizzare e a citare (magari a sproposito) il fondatore del Partito Comunista d’Italia è anche la crema della destra americana più oscurantista, bacchettona e profonda razzista. Nelle ossessioni di questa di questa America piccola piccola l’elezione del nero Barack Hussein Obama non è che la conferma di quanto una pervasiva contaminazione comunista abbia saputo scavare dentro le istituzioni. Di chi la colpa? Ovvio, del sardo Antonio Gramsci. Ecco come lo dice Herbert London, repubblicano ultraconservatore: «Il presidente Obama è il prodotto di una cultura… drammaticamente influenzata dalla gramsciana lunga marcia nelle istituzioni». E ancora: «Non cadiamo in trappola: c’è il Dna di Gramsci nel loro sangue». Cacchio! Più o meno la stessa solfa si ritrova in Robert Chandler, Gary De Mar («L’America è infestata dal fantasma di Gramsci») (sic!) e in diversi neocons, in parte ispirati dal popolare pamphlettista Rush Limbaugh, anti-islamico e anti-abortista, che già negli anni Novanta avvertiva: «Fidatevi di me, i think tank di sinistra si inchinavano all’altare di Gramsci».

E fin qui siamo all’America. Ad indagare sulle fortune (e i travisamenti) dell’intellettuale italiano ucciso dalle carceri fasciste è ora Michele Filippini, che nel suo Gramsci Globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo (Odoya, pagg 174, euro 13) traccia un percorso attraverso paesi e culture.
Si sappia, tanto per intendere le dimensioni del fenomeno, che secondo alcune stime la bibliografia di Gramsci conta ormai 17 mila titoli. E anche se in Italia non tutti se ne sono accorti in tempo, idee e categorie interpretative gramsciane sono divenute in buona parte «senso comune» in cinque continenti. Magari qualche improvvido lo cita come «Gramski» o «Guamsci», ma è a lui, ad Antonio Gramsci, che si fa riferimento. Non solo. Intere scuole, interi filoni di pensiero hanno preso corpo in india, in Cina e America Latina, intorno all’interpretazione che Gramsci diede del Risorgimento italiano e della «quistione» meridionale. L’analisi dell’insufficienza della borghesia italiana, la tesi della «rivoluzione passiva del capitale», sono strumenti teorici alla base dei "subaltern studies", condotti in India da studiosi come Ranajit Guha e Pharta Chatterjee per comprendere e interpretare i problemi dello Stato post-coloniale.
Né è un caso che Eric Hobsbawn, grande vecchio della storiografia marxista, nel suo recentissimo Come cambiare il mondo (edito in Italia da Rizzoli) abbia dedicato trenta pagine proprio a Gramsci.
E in Italia? Il «Gramsci Globale», è ovvio, doveva arrivare anche qui. Effetto di ritorno? In ogni caso, nel riproporre quell’eccezionale documento che sono le lettere dal carcere, Einaudi ha deciso di anteporre alla «storica» nota introduttiva di Paolo Spriano una prefazione della scrittrice Sarda Michela Murgia, che con passione spiega come «Nino» Gramsci sia diventato una specie di icona pop. E va bene anche questa, va bene anche la trascrizione pop, dice la Murgia, se serve a far riscoprire in Italia uno degli intellettuali italiani più famosi al mondo. Una riscoperta d’altra parte testimoniata dallo straordinario successo del volumetto Odio gli indifferenti è da settimane nella classifica dei saggi più venduti. Merito, in parte, anche dalla lettura di un brano che ne fecero Luca e Paolo a Sanremo. C’è da storcere il naso? E perché mai? Non è forse un modo di fare «cultura nazional popolare», come avrebbe detto Gramsci.


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Pubblicato: 20.06.2011
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