L'invidia di Venere recensione su TuttoLibri de La Stampa

L'invidia di Venere recensione su TuttoLibri de La Stampa

LA CHIRURGIA ESTETICA COME VIA AL SUCCESSO E AL DENARO
Recensione apparsa su TuttoLibri de La Stampa il 09 Luglio 2011

Good looking con il meccano della bellezza

di Eugenia Tognotti

Da principio fu il naso. Nell’Italia del XVI secolo, Gaspare Tagliacozzi, chirurgo all’Università di Bologna utilizza con perizia lembi di cute prelevati dal braccio per ricostruire nasi mutilati a causa di tenzoni cavalleresche, ferite di guerra, malattie come la sifilide. «A chi manzava el naso a mezo el volto e a chi elmembro», scrive un annalista bolognese, evocando, in una sola riga, tutto l’orrore dei danni provocati dal «mal francese», regalo del Nuovo mondo.
Osteggiata dalla chirurgia «ufficiale», ritenuta un’arte da ciarlatani, la rinoplastica conosce un’eclissi di secoli. Ricompare dopo la prima guerra mondiale, le cui armi avevano lasciato - oltre a milioni di cadaveri sui campi di battaglia - un’infinità di «facce rotte». Da allora la chirurgia plastica - con le sue due subspecialità: ricostruttiva ed estetica - si è misurata, di volta in volta, con l’esigenza di riparare ai danni di malattie e di ferite di guerra, correggere segni di differenze razziali, rispondere a ideali culturali di bellezza. La chirurgia estetica è il filone più rappresentativo della Medicina dei desideri. Trasgredendo la tradizione ippocratica non insegue la guarigione dalle malattie, ma la bellezza, la trasformazione dei corpi. E’ «un rompicapo storico» nel suo intrecciare sogni e percezione di un’esigenza medica, scrive la famosa storica americana Elizabeth Haiken, autrice di L’invidia di Venere, appena tradotto da Odoya. Una storia affascinante – ricca di riferimenti storici e letterari - che prende le mosse nel primo Novecento.
La pratica chirurgica ricostruttiva accumula esperienza e prodezza tecnica, intervenendo su lesioni alla testa, mascelle frantumate, nasi e labbra spappolate dalle nuove armi della Grande guerra. Ricostruire significava ancora lottare contro la sofferenza e aiutare a recuperare la forma fisica. Male evidenze e i protocolli affermati in quell’emergenza, aprono la strada al decollo della chirurgia estetica. Nel 1923 la chiacchieratissima rinoplastica della celebre attrice comica ebrea Fanny Brice (la Fanny girl interpretata negli Anni 60 da Barbra Streisand) segna la prima svolta: la mano del chirurgo non opera per ricostruire, ma per rispondere a una preoccupazione estetica. Tra i primi a ricorrere alla rinoplastica, gli ebrei, i cui nasi denunciavano l’appartenenza etnica. Protesi all’assimilazione, finiscono per accrescere la clientela dei chirurghi plastici, influenzandole mode e contribuendo a far accettar quella pratica, ancora rara e stigmatizzata. Dopo i nasi, è la volta di altre parti del corpo, orecchie, forma degli occhi, colore della pelle.
Mentre alcune voci cominciano a censurare il fatto che fosse «possibile interpretare la condizione umana come patologica», la medicina ufficiale stenta a dare legittimazione scientifica a quella branca della chirurgia. Ma, naturalmente, a vincere è il robusto pragmatismo americano e la forza dell’equazione:«Good looking» uguale successo e denaro. Gli americani
sostiene la Haiken – considerano il miglioramento di sé uno degli inalienabili diritti, quasi alla pari con il voto e l’ostentazione di patriottismo. Il progresso delle tecniche chirurgiche e le scoperte di nuovi materiali come il silicone segna una svolta, una delle tante nella storia breve ma densa di eventi, della chirurgia estetica. Ogni parte del corpo è ora suscettibile d’intervento:seno, occhi, naso, mento, mandibola, braccia, cosce, gambe, glutei, pancia, prepuzio. Negli anni più recenti, i rituali estetici d’integrazione riguardano il modello estetico-culturale dominante:i clienti dei chirurghi, ai quali non è riconosciuto lo status di pazienti, desiderano cambiare i loro corpi per cambiare le loro vite. Vogliono «passare»per più giovani, più forti, più magri. Michael Jackson e Cher fanno scuola.
Ma, oggi, la forsennata corsa a plasmare e modificare i corpi sta suscitando perplessità e disagio. Qualcuno parla di«darwinismo cosmetico» e traccia l’inquietante scenario di un mondo affollato di uomini e donne con facce e corpi forgiati secondo gli imperiosi diktat della potente industria della bellezza e della moda: «Giornali, televisioni, cinema – scrive nella prefazione al libro, Marco Gasparotti, specialista in chirurgia plastica e allievo di Ivo Pitanguy, conosciuto in tutto il mondo – bombardano costantemente la società con immagini irreali di creature belle, alte, giovanissime».
A ogni epoca un ideale di bellezza. Passando per il laboratorio estetico - ci racconta questo libro profondo e rivelatore - gli individui hanno, di volta in volta, rimodellato il loro corpo per evitare l’associazione con tratti considerati negativi, per aumentare le opportunità di carriera e di essere felici, per «ricrearsi nel più moderno dei modi possibili». Il mondo è troppo complesso per cercare di cambiarlo: è «più facile cambiare il sé».


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L'invidia di Venere, recensione su TuttoLibri de La Stampa

Pubblicato: 17.07.2011
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