Gramsci globale su Alias

Gramsci globale su Alias

CORNEL WEST E I GRAMSCIANI NEL MONDO
Recensione apparsa sul Alias il 30 Aprile 2011

Gramsci Oltre il Gramscismo. Verso il trans marxismo

di Roberto Ciccarelli

Da poco che in Italia si è scoperto che Antonio Gramsci ha avuto una vita fuori dal perimetro santificato dov’è stato rinchiuso in compagnia di Francesco de Sanctis e Benedetto Croce. Gramsci ormai non è più solo un nome ma un significante che spiega le rivendicazioni delle comunità afroamericane di base, quelle dei movimenti per l’acqua in India o dei subalterni che vivono nelle periferie delle grandi metropoli europee. Dall’India agli Stati Uniti, dal Brasile all’Uk, Gramsci è diventato una costellazione teorica transnazionale e postcoloniale dove la rivoluzione è una guerra culturale di trincea, non una guerra di movimento alla conquista del palazzo d’inverno.

La storia di questo Gramsci che ha poco o nulla da condividere con la tradizionale lettura dello storicismo marxista, e forse nemmeno con quella della ben più interessante della filologia gramsciana, viene raccontata da Michele Filippini, assegnista di ricerca all’università di Bologna e membro dell’International Gramsci Society in
Gramsci Globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo (Odoya, pp.176, euro 13).

Anche nel Paese più provinciale che si ricordi a memoria d’uomo, con l’università ripiegata sul più atroce conformismo baronale, qualcosa sta cambiando. Le vecchie icone vengono ridiscusse alla luce del rimescolamento tra l’approccio postcoloniale e il femminismo, tra il post-marxismo e gli studi culturali. La spinta delle migrazioni e il rafforzamento culturale delle seconde e delle terze generazioni sta rafforzando l’attualità dei Subaltern Studies di Ranajit Guha, Parta Chatterjee o Gayatri Chakravorty Spivak, dei Cultural studies promossi da Stuart Hall e Edward Said. Merito della fluidificazione dei confini e delle discipline, e delle costanti incursioni in Inghilterra, in India o nei cosiddetti paesi emergenti.

Nella complessa geografia globale dei processi culturali, il «gramscismo» si è candidato ad essere l’alternativa al decostruzionismo (meglio conosciuto come «postmoderno») e non può essere identificabile con una versione malinconica e luttuosa del «post-strutturalismo» che ha il limite di avere ristretto il pensiero critico – mai come oggi vivace –alla polarità tradizionale tra psicoanalisi e politica o tra psicologia e società, alla Slavoj Zizek per intenderci. Esso non è nemmeno alimentato dagli esotismi che non mancano mai di alimentare il circo dei convegni e delle celebrazioni nelle università dell’Impero. Gramsci non è attuale non perché è un «italiano», ma perché la sua macchina concettuale permette ancora oggi di fare a pezzi l’economicismo del marxismo o del suo feticcio, e di interpretare politicamente il neoliberismo che per la sinistra è ancora l’assurdo sinonimo del dominio dell’economia sulla società o dell’assorbimento della politica nel campo della tecnica.

Prendiamo il caso del pensatore afroamericano Cornel West, uno dei più originali interpreti di Gramsci (Giorgio Baratta fu il primo a capirlo in Italia), protagonista della saga di Matrix, docente prima ad Harward e poi a Princeton dopo essere stato cacciato dal rettore Larry Summers, attuale ministro dell’economia di Obama, per la sua acclamata opera di rapper e di militante di base delle comunità nere e cattoliche.

West non è il filosofo di professione che parla dalla cattedra di New York Times. Frequenta gli show più popolari della televisione Usa e interpreta il suo ruolo di attivista di una cultura che non è riservata ai grandi intellettuali globali, ma è diventata popolare, concretamente mondiale e ha modificato la mummificata cultura popolare.

Lo stretto rapporto tra cultura e politica negli studi culturali, insieme all’uso dei concetti di subalternità, dominio ed egemonia negli studi postcoloniali è la ricetta usata da Cornel West per rivoluzionare il canone del pensiero critico che abbiamo conosciuto dal Dopoguerra. Pochi lo sanno, ma tutto è iniziato nel 1981 a Birmingham, Inghilterra. Allora non c’erano solo i minatori a lottare contro i tagli alla spesa pubblica e le leggi anti-sindacali di Margaret Thatcher. Le strade vennero conquistate dai giovani asiatici o africani con la cittadinanza britannica, mentre si costruivano barricate. Orecchiavano il punk rock dei Clash, non c’erano ancora gli Asian Dub Foundation ma qualcuno già pensava al dub step. Scene simili le vide Etienne Balibar nelle banlieue francesi dove i ragazzi beur diedero vita alla prima insorgenza della generazione precaria e meticcia che da 30 anni accusa il razzismo di Stato e la cittadinanza repubblicana costruita sull’esclusione sociale delle classi povere e dei migranti. La crescita di questa sensibilità gli costò un durissimo scontro con il partito comunista francese che spinse Balibar ad abbandonarlo per sempre. Stuart Hall è forse all’origine di questo movimento. Intellettuale inglese di origini giamaicane, tra i fondatori insieme a E. P. Thompson e Raymond Williams della New Left Review e animatore del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham, hall è il fondatore dei cultural studies e comprende l’ontologia dell’attualità a partire da un approccio multidisciplinare che incorpora il marxismo, il post-strutturalismo francese, la critica femminista e la «critical race theory». La sua tesi è semplice ed efficace: la vecchia socialdemocrazia europea, insieme a ciò che resta della sua «sinistra», non hanno capito che il neoliberismo è un populismo autoritario e non un fascismo. La Tatcher, come oggi Berlusconi, lasciano al loro posto le istituzioni della democrazia, ma creano un consenso popolare rispetto a politiche anti-costituzionali, sicuritarie e individualistiche.

La loro lotta contro l’uguaglianza si sposa in maniera innovativa con una rivalutazione della libertà individuale che non è solo quella dell’imprenditore, ma un vettore di costruzione di una società falsamente comunitaria, ma in realtà autoritaria.


Vai alla scheda del libro
Visualizza l'immagine dell'articolo

Pubblicato: 25.08.2011
Odoya srl. Via Carlo Marx 21, 06012 Città di Castello (PG)
Tel +39.0753758159 / Fax +39.0758511753 - info@odoya.it - P. iva 02774391201
Copyright © 2019 Odoya. Powered by Zen Cart - Designed by InArteWeb
Parse Time: 0.362 - Number of Queries: 132 - Query Time: 0.29650958320618