Bob Dylan su Il Messaggero

Bob Dylan su Il Messaggero

DYLAN IL PROFETA
Recensione apparsa su Il Messaggero, il 03 Settembre 2011

Pubblichiamo un brano sulla star americana di Greil Marcus, scrittore e critico musicale. Il volume di cui l’articolo fa parte verrà presentato dall’autore il 10 Settembre al Festival della letteratura di Mantova

di Greil Marcus
Watching the river flow, Creem, Ottobre 1971

Ultimamente è difficile distinguere i brani commerciali dai successi, e non perché i primi stiano migliorando. Le classifiche estive sono spaventose e quasi ogni spazio nella top ten è occupato da qualche brano sentimentale made in Hollywood con un ritornello alla moda.
Ma ora Bob Dylan, gli Who e i Creedence hanno tutti un nuovo singolo: “Watching the River Flow”, “Won’t Get Fooled Again” e “Sweet Hitch-Hiker”.
Quello di Dylan sembra il migliore.
È anche quello che viene trasmesso di meno.
Non sono sicuro del motivo – forse è solo perché non ha quel raccapricciante sound hollywoodiano – ma ho la sensazione che con questo brano Bob Dylan si sia superato in intelligenza. “Watching the River Flow” non è nulla di elaborato: buon ritmo, ottima ironia, un ronzio da frequenza Am. Ma, come per la maggior parte dei dischi di Dylan, c’è più di quel che non sembri, e la prima impressione dell’ascoltatore è quella di avere davanti una sfida.
Tuttavia, ciò funziona solo se l’ascoltatore viene costretto ad ascoltare il disco un numero di volte sufficiente ad andare oltre le prime impressioni. In questo caso la prima sensazione è che Dylan stia allestendo la solita scenetta privata: «I’ll sit here and watch the river flow» [«Me ne starò qui a guardare il fiume che scorre»]. Be’, è sicuramente un’idea noiosa. È il messaggio implicito praticamente di qualsiasi cosa James Taylor abbia scritto; si creano intere band intorno al sentimento primario, e la gente lo divora quando riesce a ottenerlo per poco – ossia in modo implicito – mentre, forse, non lo desidera quando deve pagare per averlo.
C’è poi la possibilità che una delle ragioni per cui la gente ascolta le canzoni di Dylan è che di solito lui, in un certo senso, sembra essere sempre un passo avanti, e sentire la sua musica e le sue canzoni equivale a farsi un’idea di quel che succede e di quel che succederà, nell’ambito della musica e della comunicazione musicale. E inoltre vi sono quelle speranze di una specie di intelligenza più oscura e allettante che non svaniscono mai. In ogni caso, se anche Bob Dylan si stesse limitando a cavalcare la moda, persino se vi avesse dato inizio lui stesso, buona parte del suo carisma si annullerebbe da solo.
E infine, in una specie di contesto del tutto generale, vi sono curiose dicerie sulla vita privata di Bob Dylan che sono sì affari suoi, ma anche proprietà pubblica – se ne si è a conoscenza non ci si può lobotomizzare per dimenticarle: il sostegno a favore della Lega per la difesa degli ebrei, i viaggi in Israele, la costruzione di edifici per uffici insieme a Dick Cavett. Tutto ciò potrebbe essere falso, ma è comunque nell’aria e, come quelle storie su un giovane Bob Dylan che andava di casa in casa ogni mese o giù di lì, non importa poi molto che siano vere o meno. Non distinguiamo razionalmente tra Vero e Falso quando ascoltiamo un disco; lo ascoltiamo e basta, e il suo sound va a mescolarsi alla cultura popolare insieme alle voci di corridoio. Nella fattispecie, ciò va ad aggiungersi allo strano modello individuale di Bob Dylan quale esempio di come ovviare alla propria giovinezza burrascosa e detestabile. Senza renderci conto – per usare le parole di Stu Cook dei Creedence Clearwater – che compiremo tutti trent’anni prima o poi, noi, non le persone che avevano trent’anni quando la gente ha cominciato per la prima volta a preoccuparsi di cose simili. O, come qualcuno ha detto a un mio amico quando ha rilevato una rivista elegante: «Tu sei loro». Non ci ricordiamo che si ci aspettava che, una volta compiuti diciotto anni, il rock ‘n’ roll non ci sarebbe più piaciuto?
Non è più necessario credere a queste cose; dobbiamo imparare a mettere in pratica la loro negazione. Dobbiamo rendere i trent’anni negli anni Settanta e Ottanta diversi quanto lo erano i vent’anni degli anni Sessanta rispetto a quelli degli anni Cinquanta. Quindi m’interrogo su Bob Dylan, che sembra lavorare in direzione opposta. Possiamo fidarci di lui? La prima impressione che si ricava da “Watching the River Flow” non solleva nemmeno tale domanda, perché a prima vista è davvero scialba. «Me ne starò seduto qui a guardare il fiume che scorre». La musica è proprio bella, ma sembra che il pezzo sia stato omesso dal primo album di Leon Russel perché troppo perfetto. La chitarra non è male, affatto inaspettata, e quando arriva ha esattamente il suono che ci aspettavamo. In termini di composizione musicale la canzone è una propaggine di “One More Weekend”, che è uscita da “Leopard-Skin Pill-Box Hat”. A livello di musica è tutto ben fatto, tutto noto, e non c’è nulla di particolarmente entusiasmante. È quanto mai radicata nella moda. Non ricordo nessun altro disco di Dylan con una musica contraddistinta da un’assenza così totale della sua personalità musicale. Persino in Self Portrait, o forse soprattutto lì, si entrava nel preciso regno della musica di Dylan, inimitabile e irripetibile, mentre questa è musica di Russel, e non perché quest’ultimo suoni nel disco. La mancanza della presenza di Dylan nel sound o nello stile del gruppo qui è un altro elemento dell’insipidità del disco; insomma, una delle cose più elettrizzanti di un album di Bob Dylan è che è un album di Bob Dylan!, mentre in questa musica non c’è traccia di lui. Penso che sia un altro motivo per cui non viene trasmesso molto: perché alla gente non sembra importare se lo sente o meno.
Tuttavia, contrapposta alla musica del buon Leon Russell, vi è una nuova voce di Dylan: divertente, a suo modo paterna, infinitamente saggia e molto alla moda. Non solo Dylan contrappone il suo tono vocale a quello di Russell; è anche un timbro che non abbiamo mai sentito. Non si sente subito; non lo sentono i dj che infilano la canzone in quelle prime messe in onda incerte per vedere se qualcuno telefona in risposta (per poi metterla da parte quando non succede); né i fan di Dylan, che non si sognerebbero mai di chiamare una stazione Top 40 e parlare con uno di quegli intellettualoidi che blaterano sui dischi prescelti.
Il brano stesso possiede parole nervose rese ironiche dal modo in cui Dylan le canta. La gente combatte e crolla direttamente in strada e il cantante cammina avanti e indietro per trovare un modo di venire a patti con il tutto. «Daylight’s sneakin’ through the window and I’m still in this all-night café» [«La luce del giorno filtra dalla finestra e sono ancora in questo caffè aperto tutta la notte»]: questo si chiama comporre canzoni: osservate quanto riesce a condensare in una riga. È annoiato a morte da questo argine del fiume, che per qualche ragione lo trattiene con la sua oscura inerzia.
Pensavate che non me ne fossi accorto, eh? Che mentre studiavo l’ebraico avessi dimenticato l’inglese?

People disagreein’ on just about everything, yep
Makes ya stop and, wonduh why

O ancora:

People disagreein’ everywhere ya look
Makes ya wanna stop and, uh, read a book!

Wow, dice la voce, ho fatto una rima!
Mmmm. Il rock ‘n’ roll è divertente. L’avevo quasi dimenticato.
Dylan sta ancora lavorando sul suo mito del ritiro e dell’abbandono, che da una prospettiva diversa è semplicemente il problema dell’artista e dell’arte che cercano di diventare completamente pubblici.
[...]


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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 08.09.2011
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