James Dean su Tutto Libri de La Stampa

James Dean su Tutto Libri de La Stampa

DEAN, COSI' NACQUE IL MITO IN TRE SOLI FILM
Recensione apparsa su TuttoLibri de La Stampa, il 24 Settembre 2011

Donald Spoto ripercorre la vita folgorante, dalla nascita in piena depressione allo schianto in auto a 24 anni

di Francesco Troiano

Autore di biografie su Alfred Hitchcock, Ingrid Bergman, Audrey Hepburn, Laurence Olivier e tanti altri, Donald Spoto ha dato con Rebel forse il suo miglior esito. La riproposizione odierna, da parte della Odoya, del libro, ci consente di tornare ad occuparci della figura di James Dean; di quanto quest’attore, che ebbe in sorte di apparir soltanto in tre pellicole, sia divenuto un’icona imparagonabile della rabbia giovane.
James Byron Dean nasce l’8 febbraio 1931 a Marion, nell’Indiana. È un’annata funesta, per gli Stati Uniti: infuria la depressione, dopo il crac del ‘29, i disoccupati sono 12 milioni. Ma il cinema tiene, la gente ha estremo bisogno di distrarsi. Il ruolo dei giovani, sullo schermo, è convenzionale: i «traviati» - come, ad esempio, in Angeli con la faccia sporca di Curtiz o ne La città dei ragazzi di Taurog -vengono riportati comunque sulla buona strada. Se si esclude la grande eccezione di John Garfield, bisogna attendere gli anni ‘50 per vedere una rappresentazione meno edulcorata della gioventù. Sono Montgomery Clift, Marlon Brando e, più di tutti, James Dean, quelli che forniscono ai propri coetanei una psicologia, una maniera di parlare e muoversi - magari, atteggiarsi - capace d’esprimere la loro diversità.
Reduce dall’Actor’s Studio, assai bene incarnando i pregi ed i limiti del Metodo, Dean s’imbatte da subito in un regista mitico quale Elia Kazan. Estimatore di Brando, il cineasta d’origine greca non prova soverchia stima per il nostro («era come dirigere la fedele Lassie: o lo frenavo, o lo terrorizzavo, o gli facevo una corte pressante, o gli davo una pacca sulle spalle, o lo prendevo a calci in culo»): ciò non toglie che, ne La valle dell’Eden (1955), Dean s’identifichi a tal punto con il personaggio di Jimmy Stark - perso nel vano tentativo di farsi amare dal padre - da suscitare disagio nello spettatore. È inedito, inoltre, l’uso che egli fa del suo corpo, recitando tramite i «gesti, gli scatti improvvisi, l’imprevedibilità della reazione fisica all’emozione, e insieme l’opacità dello sguardo e la sofferenza quasi animalesca che esso esprime» (Fofi).
Sono doti peculiari che, nel coevo Gioventù bruciata (1955), Nicholas Ray sa mettere a frutto, licenziando un film che diverrà leggenda. La storia di Jim e dei suoi amici, oltre ad essere un dramma tra i più struggenti visti al cinema, indica un tema centrale per le stagioni a venire: l’impossibilità d’accedere all’età adulta, la condanna pressoché generale ad una forzata, interminabile immaturità.
Quanto a Dean, lui, la pienezza dell’età adulta non l’avrebbe mai potuta godere: il 30 settembre del ‘55 muore in un incidente, schiantandosi con la sua Porsche 550 spider color argento contro una massiccia Sedan. La sua scomparsa, ad appena 24 anni, c’impe disce di sapere a cosa sarebbe approdato, più tardi: c’è chi ritiene che sarebbe diventato nulla più che un onesto professionista della recitazione, altri addirittura vedono in controluce nel Jett Rink che progressivamente invecchia - al centro de Il gigante (1956) di George Stevens, ultima pellicola in cui compare - un gigione nella finzione ed un potenziale reazionario nella vita.
Successori ed epigoni ve ne saranno molti, dal Belmondo di Fino all’ultimo respiro al Matt Dillon di Rusty il selvaggio: incapaci tuttavia d’aderire fino in fondo al modello, di riprodurre il suo immalinconito cupio dissolvi. Per Edgar Morin il segreto dell’adolescenza è che la rabbia di vivere diventa impossibilità a vivere, e «James Dean ha vissuto questa contraddizione e l’ha autenticata con la morte». Spoto chiude la sua trattazione definendo spaventoso ed eloquente che dei giovani abbiano anelato ad essere quel giovane dell’Indiana, «perché la prima persona che non voleva essere James Dean è stato James Dean stesso».
L’unica certezza è che egli, oggi, possiede l’età di qualsiasi giovinezza a venire; e l’identificazione, nonostante le possibili obiezioni, continua. Dalla copertina del libro, Dean intanto sorride, sfrontato o, chissà, sornione. Non riconciliato, comunque: e per sempre.

Donald Spoto è uno dei massimi biografi americani. Si è occupato di star, da Marilyn a Grace Kelly, e Audrey Hepburn. Ma anche di San Francesco e della storia dei Windsor, fino a Lady D


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Pubblicato: 24.09.2011
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