Intervista a Greil Marcus su Rumore

Intervista a Greil Marcus su Rumore

TRACCE INDELEBILI NEL CUORE DEL ROCK
Intervista apparsa su Rumore di Ottobre 2011

La vera rivoluzione nella critica, non solo musicale, è stata nel vedere le cose in un contesto più ampio e leggere così il mondo intero in una nuova prospettiva.

di Barbara Tomasino

In occasione della XV edizione del Festival della Letteratura di Mantova abbiamo incontrato Greil Marcus, uno dei più illuminati e prolifici autori dell'epopea pop. I suoi libri dedicati ad Elvis Presley, al movimento punk, a Van Morrison e alla cultura americana in generale, hanno segnato una nuova era nel giornalismo musicale, dischiudendo orizzonti prima impensabili. In questi giorni la casa editrice Odoya ha dato alle stampe
Bob Dylan. Scritti 1968-2010 e lo scrittore americano è volato fino in Italia per presentare il suo ennesimo, sentito omaggio, al cantautore folk per eccellenza. Alla fine di questa lunga giornata, dopo decine di interviste e la presentazione del volume, Marcus regalerà ai fan un'ora buona di chiacchierata sul punk insieme all'ascolto di brani del periodo, seguendo il filo – contorto e affascinante – di uno dei suoi scritti più audaci, Tracce di rossetto.

Dylan 1968-2010, una passione che dura da più di 40 anni. Quanto è importante Bob Dylan come musicista e quanto come simbolo della cultura americana?
"Lui è un investigatore della cultura americana, cerca di capirla scavando a fondo su certi temi, come uno storico che torna sempre sugli stessi argomenti rendendosi conto che non potrà mai capire del tutto il processo storico, il reale contributo che una persona o un'altra hanno dato a quell'evento. Bob Dylan indaga l'America con le canzoni, e sa perfettamente che non potrà mai comprenderla del tutto, non sa quanto queste vecchie canzoni folk dicano della nostra storia e quanto la sua figura sia significativa per raccontare la storia stessa: Ma le sue canzoni hanno un'allure tale che non perdono mai d'interesse: basate o meno su vecchi adagi folk, non estingueranno mai il loro senso, o le infinite possibilità di significato che gli sono proprie, non arriveranno mai al fondo. A Hard Rain's A-Gonna Fall, Masters of War, Highlands sono brani che rimangono per lui misteriosi tanto quanto il country-blues di Dock Boggs, uno dei suoi musicisti preferiti, un bianco della Virginia che suonava il banjo negli anni '20. Dylan disegna costantemente la propria mappa del paese, e la ridisegna ancora nelle sue canzoni anche attraverso il modo differente di interpretarle".

Elvis Presley è stato un altro soggetto prediletto per la tua disanima sul pop e sulla società americana, e anche lui rappresenta un parte della cultura a stelle e strisce. Nella seconda metà del '900 ci sono state, dunque, due figure diverse e complementari che hanno fatto storia, Dylan ed Elvis, come le rapporti l'una all'altra?
"Bob Dylan amava Elvis Presley, come la maggior parte delle persone, ma anche Elvis amava Bob Dylan e le sue canzoni, e ne ha interpretate parecchie. Secondo me, tutti e due hanno sempre saputo che quello che facevano era speciale, e che lo facevano meglio di chiunque altro. E' come se dicessero: 'Io sono Bob Dylan e capisco Elvis come nessun altro sarà mai in grado di fare', e la stessa cosa vale per Presley. Penso che, anche se non hanno avuto un rapporto personale, tra loro ci sia stata una relazione immaginaria basata sul valore della loro arte e sulla reciproca comprensione profonda".

Entrambi sono stati – in modo diverso – rivoluzionari. Cosa ne pensano gli americani?
"Credo che la maggior parte delle persone non veda la correlazione tra i due, e molti pensano che Elvis sia stato stupido, mentre Dylan è intelligente, che Presley sia stato guidato solo dall'istinto, e Bob dalla riflessione. Io non la vedo così: Elvis ha sempre saputo perfettamente quello che faceva, ha fatto quello che ha fatto di proposito. Se guardi le sue performance degli anni '50 o del 1968 ti rendi conto che quello è il più calcolato, cosciente rimprovero alla cultura mainstream che si possa immaginare. E' come se lui dicesse: 'Gente, voi non avete idea di chi io sia, non avete idea di quello che posso fare, e ve lo mostrerò anche se non capirete mai fino in fondo'. C'è un senso di disprezzo profondo in Elvis, ed è assolutamente intenzionale. Dentro questo disprezzo, che ogni artista nutre per il resto del mondo, c'è l'idea di possedere qualcosa che gli altri non hanno, di avere qualcosa da dire che gli altri non hanno mai sentito prima, ma che comunque non potranno comprendere... c'è sempre questo sentimento nell'artista che è un misto di amarezza e rabbia. In Bob Dylan c'è un diverso senso di diffidenza, ma sono anche convinto che abbia sempre desiderato avere l'intensità di Elvis, mentre Presley avrebbe voluto cantare con la stessa limpidezza di Dylan".

Con i tuoi articoli e libri, da Mistery Train in poi, il concetto di giornalismo musicale ha assunto una forma affatto nuova, grazie anche ai colleghi che hanno dato vita al cosiddetto New Journalism (Gay Talese, Tom Wolfe) e a altri critici musicali come Lester Bangs e Robert Christgau. Oggi può ancora esistere un giornalismo musicale capace di avere una tale profondità di sguardo, che racconti le ossessioni, la cultura, le idiosincrasie e le meraviglie di un popolo attraverso una canzone o un autore?
"Ne sono convinto. Il mio modo di scrivere si basa sull'usare tutto quello che per me ha un senso in quel contesto. Se un brano mi ricorda un comizio politico, parto da quello, a volte le cose sembrano distanti tra loro ma la mia immaginazione è libera, aperta alle connessioni, e vedo dove questo mi porta. La vera rivoluzione nella critica, non solo musicale, è stata nel vedere le cose in un contesto più ampio e leggere così il mondo intero in una nuova prospettiva. Lester Bangs aveva questo approccio, Pauline Kael nella critica cinematografica aveva questo approccio: la differenza, rispetto al passato, sta nel modo di interpretare le nostre paure, ciò che ci indigna o ci fa arrabbiare, e trovare poi una propria voce narrativa per raccontarlo".

Tu sei molto legato alla figura di Bangs, di cui hai anche curato l'antologia di scritti Guida ragionevole al frastuono più atroce. Pensi che il suo modo di scrivere fosse distante dal tuo o trovi dei punti In comune?
"Lester probabilmente è stato uno scrittore migliore di me. Anche lui ha sempre usato tutto quello che la sua immaginazione gli suggeriva, e quello che leggi di Lester è sempre la prima stesura, e lo stesso vale per me. Ma aveva uno stile davvero originale, cosa che io non ho... io metto insieme le cose a modo mio e cerco di tirare fuori una voce che sia quanto più possibile personale, a volte ci riesco, altre volte no. L'immaginazione di Bangs era più selvaggia, più sconfinata della mia, ma lui è morto a 33 anni e chi può dire cosa sarebbe diventato in futuro".

Ritornando all'oggi: i blog, la quantità d'informazioni disponibili sul web, i mezzi di comunicazione che sono cambiati, più veloci, sintetici e alla portata di tutti: tutto questo ha impoverito la critica rock?
"Non credo, anche se quello che viene scritto nei blog talvolta ha meno valore, è più confuso e incomprensibile, ma penso che dipenda dal fatto che chi scrive nei blog non si preoccupa degli altri e si concentra su se stesso. Quando uno scrittore scrive 'cerca' gli altri, pensa di creare una conversazione immaginaria con chi sta leggendo, mentre molti blogger non se ne curano. Ma di contro ci sono cose scritte nei blog che sono straordinarie, e molti articoli pubblicati nelle riviste 'ufficiali' che sono terribili, vuoti, scritti senza convinzione e dettati dalla moda del momento, come se scrivere una cosa piuttosto che un'altra dipenda dall'essere cool e non dalle proprie convinzioni. In questo caso non stai sentendo una nuova voce, una voce onesta, ma solo uno che cerca di tenersi il posto di lavoro. In sostanza non credo che i blog abbiano abbassato il livello culturale o impoverito il linguaggio: in ogni forma di scrittura o mezzo espressivo si può trovare una voce illuminante. Due anni fa mi sono occupato di una raccolta – Best Music Writing 2009 – che viene pubblicata ogni anno con un curatore diverso, e leggendo centinaia di articoli, racconti brevi e saggi, ho trovato delle cose bellissime scritte da dei perfetti sconosciuti, che magari avevano pubblicato i loro scritti solo sul web, nei blog, ma erano dotati di grande immaginazione, è stata una vera sorpresa. Ho riso, ho piantomi sono arrabbiato, ho letto meravigliosi racconti brevi che erano stati ispirati da una canzone, scoprendo dei veri talenti. Prima quando volevi un disco di cui avevi sentito parlare impiegavi molto tempo per procurartelo, e a volte anche di più per sapere qualcosa su chi l'aveva inciso; invece oggi non è più così perché tutto è a portata di mano in Internet, ma uno scrittore non smette mai di cercare perché in realtà non sa cosa sta cercando: è in questo atto del cercare che trova ispirazione, pensi che abbia un senso? (sorride, n.d.a.)".

Prima della raccolta su Bob Dylan hai pubblicato un saggio su Van Morrison, andando indietro nel tempo con
Tracce di rossetto ti sei occupato del punk: si può dire che il tuo interesse è rivolto sempre al passato. Credi sia possibile scrivere con la stessa profondità di pensiero che hai tu, nei confronti dei grandi miti, anche della scena musicale attuale? Si può pensare oggi di scrivere un intero libro su di una canzone come hai fatto tu con Like a Rolling Stone?
"Io scrivo ogni settimana una rubrica chiamata Real Life Rock Top Ten su The Believer dove parlo di vari argomenti – dalla pittura all'architettura – ma spesso mi occupo della scena musicale di oggi, e ci sono molte cose interessanti. Credo che ogni scrittore debba trovare la propria ispirazione. Ad esempio ci sono articoli molto belli dedicati a PJ. Harvey, sia come musicista che come donna. Si può obiettare che PJ. Harvey ha ormai alle spalle una carriera ventennale, ma probabilmente ha inciso il suo album migliore l'anno scorso. Mi capita ancora, talvolta, di assistere a un concerto e restare scioccato, senza capire cosa stia esattamente succedendo su quel palco, una sensazione che mi spalanca un mondo di possibilità da esplorare".

I blog – almeno quelli dedicati alla musica – esistono perché il modo di fruire la musica è cambiato. Il download digitale è stata la vera grande rivoluzione di questi anni: una svolta "democratica" nella fruizione della musica, ma anche la fine delle grandi major e del concetto di disco come oggetto fisico. Cosa ne pensi?
"Questione delicata. Oggi tutti hanno accesso ai contenuti musicali e ogni piccola band ha un Myspace dove può pubblicare la propria musica e condividerla con gli altri, traendo ispirazione da questo e magari avviando una carriera. Eppure fare musica è un mestiere, e alcune persone vivono di questo, ma oggi è molto difficile fare della musica un lavoro perché i dischi non si vendono più, e la maggior parte dei gruppi per sopravvivere sono costretti ad andare sempre in tour, che è l'unica fonte di guadagno di un musicista. Ma una carriera basata solo sui tour rischia di diventare statica e di annoiare la gente. Non ho una risposta definitiva sull'argomento, ma il fatto che il mercato dei dischi sia fallito per me non è un buon segno. Poi, personalmente, sono un uomo d'altri tempi: amo i vinili, mi piace andare nei negozi e comprare i dischi, perdermi tra gli scaffali e scoprire magari cose che non conosco. Non sono per nulla affascinato dall'idea di avere la mia musica in mp3, anche se me ne mandano parecchi e li ascolto. Mi piace l'oggetto, il manufatto, una prova tangibile delle persone che l'hanno realizzato: l'oggetto ha una persistenza, puoi decidere di tenerlo, di buttarlo, di regalarlo, di tramandarlo ai tuoi figli..."

Questo è uno dei motivi per cui la vendita di vinili è aumentata, in controtendenza rispetto al mercato discografico... "
Senza dubbio, anche perché il motivo non è certo la qualità del suono. Nella sfida tra vinile e cd, analogico e digitale. La differenza sta nell'oggetto, a cui la gente non vuole rinunciare: una grande cover, una bella foto, qualcosa che si può guardare con soddisfazione, e poi il valore feticistico che appartiene al disco e che il cd non ha e non avrà mai. Scartare il vinile, osservare con cura la copertina, i colori brillanti o la grafica, mettere il disco sul piatto, far girare la puntina e godersi quel momento: il feticismo dell'oggetto sprigiona energia nell'ascoltatore. Se qualcosa esiste solo in una dimensione virtuale, come quella del digitale, perde questa caratteristica, perché il feticismo ha a che fare con il sesso e spacchettare un cd è la cosa meno sessuale che possa esistere al mondo!"

Dopo il rock'n'roll, il folk, il punk – tutti argomenti di cui ti sei occupato – e io aggiungo il grunge, secondo te c'è stata qualche altra grande rivoluzione nel mondo della pop music?
"Penso che Lady Gaga sia assolutamente rivoluzionaria. Non dico che le sue canzoni siano sempre eccellenti, ma Bad Romance è un grande singolo, l'avrò ascoltato milioni di volte alla radio, ma non mi ha mai stancato. Posso dirti che spaventa a morte la mia nipotina di tre anni: lei ama le Dixie Chicks, i Clash, Bruce Springsteen, ma è terrorizzata da Lady Gaga, questo vuol dire che c'è qualcosa in questa artista capace di scuotere e spaventare nel profondo. Lei ti dice che il mondo non è esattamente quello che credi tu, il mondo è molto più strano di quello che tu pensi; la prova di questo è la sua stessa esistenza".

Accanto a Lady Gaga metterei Amy Winehouse, l'altra grande icona pop della nostra epoca. La prima un esempio di subumano, un androide che sembra un prodotto di Blade Runner, l'altra fragile e inquieta, personificazione del "troppo umano"...
"Lady Gaga si ‘comporta’ come un androide, è una messa in scena, una performance. Il punto di vista su Amy Winehouse è interessante: è come se lei fosse stata "troppo" per un essere umano. Mi viene in mente una fantastica interpretazione di James Brown che ad un tratto canta I can't stand myself, che significa sono troppo anche per me stesso; mi amo, ma non posso reggere il peso del mio essere. Questa frase si adatta perfettamente alla Winehouse, perché quando sei un vero artista vuoi che la gente senta esattamente quello che senti tu, vuoi scuotere il pubblico nel profondo, è l'unico modo per sentirti vivo e per credere che quello che stai facendo sia la cosa migliore al mondo. Lei ha raggiunto questo obiettivo lavorando sodo, come un'artigiana della musica, creando un sound che è esattamente quello che lei voleva e sentiva dentro. Quando ho ascoltato You Know I'm No Good mi sono spaventato perché ho creduto a quelle parole. Certo una parte era creazione artistica, ma quando lei dice di non essere "buona", di essere il tipo di persona che ti rovina la vita se ti sta accanto... beh, io le ho creduto, ed è terribile. Quando ho appreso della sua morte mi sono sentito triste e arrabbiato, ho pensato: troppo presto, c'è tanto ancora qui da fare. Cosa sarebbe stato di lei se non fosse morta non posso dirlo: forse non avrebbe più inciso un disco, o sarebbe stata una drogata per anni come è successo a Marianne Faithfull, oppure sarebbe diventata un'insegnante di musica per bambini".

Per la Faithfull il finale è stato diverso...
"E' solo una questione di fortuna".

Il rock ormai è una cosa da "padri", ha perso quella carica rivoluzionaria che l'ha contraddistinto nei decenni scorsi. Le grandi trasformazioni, la ricerca musicale e i fenomeni di costume oggi si vivono nell'ambito dell'hiphop e dell'elettronica. La tua opinione?
"Nessuno dei due mi affascina molto. Certo quando sono venuti fuori i primi dischi rap e hip-hop ero curioso un po' come tutti, eccitato da personaggi come Grandmaster Flash; ma poi è diventata tutta un questione di sesso e denaro e allora il mio interesse è svanito. Stessa cosa per la techno, che non stimola la mia curiosità. Non vado orgoglioso di questo mio limite, ma è così. Questa musica per me non significa niente, non voglio dire che sia brutta musica, ma per me non ha nessun valore. Ci sono così tante cose belle da ascoltare oggi: ad esempio una band bluegrass di Boston chiamata Crooked Still che ha fatto un album intitolato Shaken By a Low Sound dove alcuni traditional vengono reinterpretati con un violoncello e una voce che ricorda Sandy Denny... c'è un senso del ritmo in questo disco che è davvero incredibile. Un altro gruppo che adoro sono i Fucked Up, una band hardcore-punk canadese, sono davvero straordinari, ma non parlatemi di elettronica e hip-hop, non fanno al caso mio".


L'articolo prosegue con la descrizione del libro.

Bob Dylan. Scritti 1968-2010
Cosa succede quando uno straordinario scrittore incrocia nella sua esistenza un artista altrettanto straordinario? Nasce un'ossessione, come quella di Greil Marcus per Bob Dylan. Dopo La Repubblica invisibile – che narra la vicenda dei Basament Tapes – e il saggio breve e intenso dedicato a Like a Rolling Stones, l'autore torna a parlare del suo musicista preferito, colui il quale è riuscito, più di ogni altro, a tracciare un profilo culturale e sociale dell'America attraverso le sue canzoni dagli esordi del '62 fino ai giorni nostri. In questo copioso volume sono raccolti gli scritti di Marcus su Dylan che negli anni sono emersi dalle colonne di tente riviste (Rolling Stone, Salon, Creem, The Village Voice...), come una sorta di tracciato immaginario che seue parallelamente il percorso del musicista, svelando, attraverso una scrittura potente, fantasiosa e audace, il senso del Dylan-poeta, del Dylan-simbolo di una generazione, dell'uomo capace di assoluti capolavori (Blood on the Tracks, Time Out of Mind), come di rovinose cadute (Self Portrait). Ma soprattutto, grazie a uno sguardo lucido e aperto in mille direzioni (e diramazioni), Marcus racconta una nazione con i suoi meccanismi perversi e i suoi incanti, passando attraverso lo stretto cunicolo di un live, di una canzone, di un semplice attacco di batteria e dal soffio di una voce che inizia a cantare.
Dylan come uomo ha stupito e fatto arrabbiare Marcus e i suoi fan in generale, facendo della provocazione uno stile di vita e agitandosi nel paludoso mondo del pop in modo contraddittorio e ineffabile; ma in fondo è così che ha saputo ridare all'ascoltatore – almeno al più attento, come lo scrittore – il senso profondo e palpitante di questo strano paese chiamato America.
B.T.


L'articolo termina con una bibliografia di quanto esiste in lingua italiana di Greil Marcus (a cura di Claudia Bonadonna). Tra i libri, al primo posto, si inserisce
Tracce di rossetto, pubblicato da Odoya nel 2010.

Tracce di rossetto. Percorsi segreti nella cultura del 900 dai Dada ai Sex Pistols
Dalla Confraternita del Libero Spirito, che dall'inizio del XIII secolo diffonde in Europa le eresie sociali al grido di "tutte le cose in comune" e "lavorare mai", ai Ranter dell'Inghilterra pre-elisabettiana che propugnano l'inutilità della legge morale. Dai dadaisti di Zurigo e Berlino che, all'indomani della Prima Guerra Mondiale, indossano maschere funebri e salmodiano incomprensibili glossolalie, al piccolo gruppo di "lettristi" francesi che negli anni Cinquanta si impegnano a "liberare la lettera dalla parola" mirando a superare l'arte. Da Saint Just al giovane Marx; dalla Prima Internazionale Situazionista alle urla disgustose e sgangherate con cui i Sex Pistols spiegano al mondo che "nel sogno inglese non c'è futuro". Ogni movimento politico e artistico che si è succeduto nella storia, scrive Greil Marcus, ha risposto alle stesse domande assolute: sulla società, sull'arte, sulle strutture che governano la vita quotidiana, e ha elaborato risposte che offrono una chiara e consistente critica alla società capitalistica occidentale. Sono risposte labili. non più durature delle "tracce di rossetto su una sigaretta" (come cantava nel 1962 l'oscuro poeta rock-blues Benny Spellman) che emergono in controluce attraverso atti di negazione, ribellione, distruzione e detournement Greil Marcus le ricerca tra le avanguardie e la cultura popolare del Ventesimo secolo individuando aspirazioni e strategie comuni in un racconto digressivo, ritmico e circolare, che spariglia la linearità storica per tracciare un percorso fluorescente ed elettrico della nostra Modernità.


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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 07.10.2011
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