Bob Dylan su Pulp

Bob Dylan su Pulp

Recensione apparsa su Pulp di Novembre 2011

GREIL MARCUS E BOB DYLAN

di Leo Lorini

Quando scende dal taxi che lo ha condotto al Conservatorio di Mantova per l'incontro con il pubblico del Festival della Letteratura, Greil Marcus indossa un buffo cappellino da baseball con il logo del Film Festival di Telluride, in Colorado. UN brivido percorre i dylaniani di stretta osservanza: proprio quella rassegna, infatti, ha ospitato nel settembre 2005 l'anteprima mondiale di No Direction Home, il documentario con cui Scorsese ha ripercorso la prima parte della carriera di Bob Dylan

C'è persino una cronaca di quella première, tra le centinaia di pagine che Greil Marcus ha dedicato a qualsiasi cosa Bob Dylan abbia inciso, dichiarato, disegnato, prodotto o ispirato in mezzo secolo di carriera. Lo scorso anno quest'ingente mole di articoli, segnalazioni di poche righe, articolate recensioni, saggi brevi, conferenze é stata raccolta in un torno dal titolo: Bob Dylan — Writings 1968-2010 e Marcus è arrivato a Mantova per presentarne l'edizione italiana.
L'ha realizzata l'editore bolognese Odoya, a tempo di record e non senza incidenti a livello di traduzione ma anche di revisione: Daniel Lanois (notissimo produttore di artisti come U2, Neil Young e naturalmente Dylan) viene ribattezzato Daniel Lois: la guerra civile americana si svolge nel 1962 e così via.
Al di là delle numerose mende del libro o del tono spesso compiaciuto con cui Marcus sfoggia i pezzi forti del proprio repertorio (le lunghe teorie di aggettivi, gli elaborati periodi lungo i quali il traduttore talvolta si smarrisce), il volume offre al lettore una panoramica d'insieme del corpus di recensioni che Marcus ha dedicato all'opera di Dylan. E il risultato è sorprendente. Con l'unica, eloquente, eccezione dell'immenso Blood on the Tracks, il giudizio di Marcus é un'inappellabile bocciatura. Sotto i suoi strali cadono dischi catastrofici e confusi come Self Portrait ("Cos'è questa merda?" è il celeberrimo incipit della recensione apparsa su "Rolling Stone") ma anche capolavori come Desire (che in tutte le 439 pp. degli Scritti riceve appena due liquidatorie menzioni), Slow Train Coming o Oh, Mercy, o come il materiale inedito riaffiorato nei primi tre volumi della Bootleg Series ("si tratta perlopiù di robaccia") e persino tutto ciò che Dylan ha realizzato dal vivo in oltre due decadi di concerti: dalla Rolling Thunder Revue alle due tournée con Tom Petty fino ai primi anni del monumentale Never Ending Tour. Tutto questo lavoro, scrive Marcus, non ha fatto che racchiudere Dylan nella "prigionia della sua stessa carriera".
Il critico che nella Repubblica invisibile (Arcana, 1997) ha minuziosamente dissezionato le sessioni semiclandestine dei Basement Tapes leggendo in esse la summa dell'intera tradizione musicale nordamericana, sembra aver perduto ogni fiducia nell'uomo che é stato capace di una simile impresa. Di più: a ogni pagina, a ogni stroncatura. frettolosa o argomentata, lapidaria o meticolosa. Marcus sembra quasi accumulare un rancore che sconfina nel pregiudizio e nello stesso tempo pare invitare Dylan a farsi sotto, a reagire smentendolo o aggredendolo. L'unica risposta rimasta agli atti è telegrafica e risale al 1971: "Greil Marcus is full of shit". Storia finita? Per Dylan senz'altro, ma Marcus non si dà pace e continua a pronunciare anatemi sino all'uscita di Good As I Been To You (1992) e World Come Wrong (1993), due LP acustici interamente composti di canzoni altrui, brani di autori più o meno recenti o folksongs ricavate dall'immenso repertorio tradizionale. Dylan qui torna alle origini, anzi: a prima delle sue origini e incide da solo, con voce, chitarra e armonica pezzi antecedenti persino al materiale incluso nel suo album d'esordio. E questo ritorno al folk sembra finalmente accontentare Marcus, il quale riprende da questo momento a elogiare la ricerca musicale di Dylan. Passata quasi inosservata, l'uscita di Good As I Been To You "trasformò i successivi due decenni in campi in cui qualsiasi cosa era possibile [...] da quel punto in poi ci fu una nuova storia da seguire, ed era una storia così forte, così sorprendente da mettere sotto una nuova luce tutto ciò che l'aveva preceduta". Ecco allora Marcus accogliere con esultanza l'uscita di Time Out Of Mind, un disco straordinario (a parere di chi scrive, il migliore dai tempi di Oh, Mercy) il cui sound tuttavia, descritto da Marcus con "la sensazione di un pavimento in terra battuta, estremità allentate, orli sfilacciati", è il risultato di un massiccio lavoro di postproduzione i cui meriti vanno egualmente ripartiti tra due forze in aspro contrasto: l'istinto di Bob Dylan e l'ostinata competenza di Daniel Lanois.
Può sembrare curioso che, dopo tali e tante stroncature, Marcus accordi un elogio tanto forte a un disco che il dispiegamento di risorse tecnologiche colloca all'esatto opposto rispetto alla scarna purezza folk che lo aveva riconciliato con Dylan nei due lavori precedenti. Ma è ascoltando il critico californiano e conversando con lui che forse può emergere una composizione tra valutazioni così apparentemente inconciliabili. Nell'incontro con il pubblico mantovano, Marcus ha ribadito le sue serrate critiche al materiale compreso tra il 1967 dei Basement Tapes e la pubblicazione di Time Out Of Mind tre decenni dopo, arrivando ad affermare che nel primo (e sinora unico) volume dell'autobiografico Chronicles, Dylan avrebbe di fatto "rinnegato il lavoro di 30 anni".
I lettori di Chronicles potranno farsi un'opinione di questo apodittico giudizio, e tuttavia esso appare come l'affascinante distillato di un'ossessione nata nell'estate del 1963 sotto un tendone allestito in mezzo a un campo del New Jersey. Dopo averla raccontata all'inizio del suo libricino su Like a Rolling Stone (Donzelli, 2005) e averla ripresa in apertura di questi Scritti, Marcus ha ripetuto per il pubblico di "Pulp" la storia del suo primo incontro con Dylan: «Ero andato a vedere un concerto di Joan Baez perché la sua musica mi piaceva, ma soprattutto perché volevo fare colpo sulla mia ragazza di allora: la Baez viveva nella mia stessa città, Menlo Park in California, era facile vederla in giro e insomma io la conoscevo... All'incirca a metà dello show, la Baez ha detto: "Ora voglio presentarvi un mio amico". Probabilmente ha anche detto il suo nome ma io non ricordo di averlo sentito. Forse non ci badavo. Da dietro le quinte è arrivato questo tipo con le spalle curve e l'aria imbarazzata di chi si trova fuori posto. Poi ha cominciato a cantare "With God on Our Side" ed è successo qualcosa di incredibile. La canzone passava in rassegna tutto quello che ogni bambino d'America imparava a scuola, tutto quello che ci veniva insegnato sulle nostre guerre e su come ogni volta — si trattasse della Guerra di Indipendenza, della guerra civile, della Prima o della Seconda Guerra Mondiale — noi fossimo sempre, inesorabilmente dalla parte giusta, sempre a combattere per il bene del mondo intero. Il cantante ripercorreva tutta la storia gloriosa che noi avevamo imparato sui banchi di scuola ma con una domanda continuamente sottintesa: "Che sia davvero così? E possibile che un popolo possa avere sempre ragione?". Cantava lentamente, quasi con modestia, ma si riferiva a un'esperienza che lo accomunava istantaneamente a tutti noi. E in più lo faceva sulle note di una melodia inquietante e carica di presagi. "With God on Our Side" infatti è basata sull'aria di "Nottamun Town", un'antica canzone folk inglese che ha per tema la distruzione del mondo. Prima di lasciare il palco, il cantante ha fatto ancora un paio di duetti con Joan Baez ma io non stavo più prestando la minima attenzione alla fine del concerto. Continuavo a rigirarmi in testa quel brano... hai presente quando senti una canzone una volta sola e te la ricordi istantaneamente, dalla prima all'ultima parola? E stato uno choc, non so come altro definirlo. Ho rivisto quel tipo alla fine del concerto. Naturalmente non c'erano guardie del corpo o backstage pass o quel genere di cose. C'era solo questo ragazzo — continuavo a non sapere come si chiamasse — seduto tutto solo che cercava di accendersi una sigaretta. Mi sono avvicinato, non riuscivo a farne a meno. Sembrava così diverso da tutto ciò che lo circondava. Gli ho detto: "Sei stato eccezionale". Lui non mi ha guardato, non ha neanche alzato lo sguardo: "No, amico" ha risposto: "ho fatto cagare. Una vera merda". Non c'era ostilità nelle sue parole, né scortesia. Era solo convinto di aver fatto schifo: tutto qui».

Pensi che fosse stata la reazione del pubblico ad abbatterlo così?
Bella domanda... In effetti non ci avevo mai pensato, anche perché non avevo idea di come avessero reagito gli altri spettatori. Ero talmente sconvolto e sopraffatto dalla canzone che non ho notato se la gente aveva battuto le mani o manifestato la mia stessa commozione. Non so, forse la gente non ha reagito per nulla.

La storia del rapporto tra Dylan e il suo pubblico è piena di incomprensioni a cui lui non ha reagito, di fischi dinanzi a cui ha tirato dritto. L'episodio che hai rievocato è suggestivo come un'istantanea rubata, l'immagine di un'empatia con le reazioni del pubblico che non si sarebbe mai più manifestata.

Non è del tutto vero. Ai tempi dei primi concerti con la Band c'era un'autentica ostilità e, via via che il tour britannico del '66 procedeva, le reazioni della folla si facevano sempre più furiose, volgari, persino perfide. Fino al culmine della famosa notte...

Alla Free Trade Hall di Manchester...
Esatto: lì qualcuno gli gridò "Giuda!", per dargli del traditore e del venduto. Da giorni il pubblico lo fischiava, lo copriva di "buuu" e insulti. Per tutto quel tempo peggiore diventava il furore della gente, più la musica e la voce di Dylan crescevano in potenza e volume di suono. Ma quando arriva quell'insulto — come si può urlare "Giuda!" a un ebreo? — lui reagisce. Nella registrazione lo si sente rispondere "Non ti credo" e poi esortare il gruppo a "suonare fottutamene forte"... Beh, in quel caso Dylan è stato empatico, eccome se lo è stato. Solo che la sua reazione non è stata di tirarsi indietro, casomai di insistere ancora di più. E penso che qualcosa di simile ci sia stato durante le esibizioni del "periodo cristiano", quando predicava citando le Scritture tra una canzone e l'altra. Anche allora le reazioni negative degli spettatori lo rendevano ancor più determinato. No, io credo che Dylan presti molta attenzione al pubblico, solo che questo non lo porta a mettersi in discussione o a chiedersi: "Non starò mica sbagliando?"

A proposito del Dylan "evangelico": la tua condanna investe tutto quel periodo, inappellabilmente. Eppure resta difficile liquidare la straordinaria felicità compositiva di quel particolare momento. Dylan era tornato a un'ispirazione e a una prolificità che da tempo gli sfuggivano. E ancora le esibizioni di quella stagione — penso in particolare ai concerti del 1981 — sono tra le indiscutibili vette di Dylan come performer, rivelano un azzardo e una libertà nell'approccio vocale che, forse, resteranno ineguagliati. Sei ancora convinto che nulla sia da salvare in quel triennio?
Sì, ne sono convinto. Che posso dire? Evidentemente sono troppo prevenuto, troppo anti-cristiano, troppo avverso alla religione per apprezzare, o semplicemente per poter davvero sentire cosa c'è lì dentro. L'unica eccezione è stato un momento alla fine del primissimo concerto "evangelico" di Dylan, al Warfield di San Francisco nel 1979 [l'episodio è citato anche nel libro ma l'articolo cui Marcus fa riferimento è assurdamente datato al 1979 —nda]. Mi è parso un pessimo show, l'ho patito dal primo all'ultimo istante... Una sorta di contrappasso, ora che ci penso tanti anni prima avevo detto a Dylan che lo trovavo fantastico e lui mi aveva risposto: "Sono stato terribile", ora invece a trovarlo terribile ero io. Tranne per un momento: per l'ultimo pezzo dello show Dylan si è seduto al piano e ha intonato "Pressing On" con un'intensità che mi ha fatto davvero ascoltare la canzone, che mi ci ha fatto persino credere, e pensare: qui c'è più di quello che io riesco a capire. C'è una capacità di bellezza che è al di là della mia comprensione. Eppure, quando quella stessa canzone è stata incisa per Saved (1980), lì quella magia non c'era più. In quel disco, "Pressing On" non è niente di speciale, non arriva a vivere come aveva fatto quella sera. E, per rispondere alla domanda: no, non ritratto nulla.

Hai stroncato con altrettanta severità la "Rolling Thunder Revue" — scrivi di non aver nemmeno assistito ai concerti di quel tour — e perfino Desire...
É vero, non ci sono stato. Per la verità non so neppure se la "Revue" abbia fatto qualche show nella Bay Area, dove vivo io. Magari c'e stata e io ero semplicemente fuori città. No, è proprio l'idea di Bob Dylan e di tutti quei vecchi compagni intruppati in una sorta di sfilata attraverso gli USA...se devo essere sincero non mi attraeva per niente. Non ho neanche mai visto Renaldo and Clara, il film che Dylan ricavò da quel tour.

Davvero?
Si. Non so come altro dirlo: la musica che Dylan produceva in quel periodo, Desire ad esempio, non mi "arrivava". Non mi importava. Secondo me quegli anni sono forse il punto più basso della carriera di Dylan.

Eppure nel libro c'è una recensione entusiasta, e toccante, di Blood on the Tracks che è uscito nel '75, proprio l'anno in cui parte il tour della "Rolling Thunder Revue". Desire arriva subito dopo. E uno dei dischi di maggior successo di Dylan, ci sono canzoni memorabili come "Hurricane" o "Isis", e in tutto il libro lo menzioni appena due volte e di sfuggita. Perché?
È come ho detto, non saprei spiegarlo meglio. Quel disco semplicemente non mi ha mai raggiunto, non mi ha toccato, non ci ho creduto.

Nell'introduzione affermi che ti sei guardato dal ritoccare gli articoli di allora "per sembrare più intelligente o per sembrare uno scrittore migliore". Non c'è un giudizio su cui avresti voluto tornare?
Non avrebbe senso. Gli articoli sono stati pubblicati: sono pubblici. Sarebbe solo disonesto. Ma mi piacerebbe tornare indietro e scrivere del tour del '74, quello in cui Dylan tornò a suonare con la Band dopo otto anni di assenza dalle scene. Nel mio libro ho parlato molto bene sia dei concerti sia di Before the Flood, il live che ne fu tratto. Ne ho esaltato la novità, la forza, l'ardore ma, tranne piccole cose qua e là, devo ammettere che sbagliavo, che cercavo di convincere me stesso che Dylan fosse fervido e ispirato come un tempo. Certo: Dylan sarebbe tornato a comporre canzoni vigorose e piene d'ispirazione come in passato, ma ci sarebbero voluti altri vent'anni.

È uno degli aspetti più interessanti di questo libro: la precisione filologica che ti ha impedito di ritoccare o mascherare ciò che hai scritto... [Marcus, che sinora aveva ascoltato con pazienza le domande e soppesato con cura ogni risposta, mi toglie repentinamente la parola e mi parla con una certa concitazione — nda].
Il libro può essere letto in molti modi, ma per me è soprattutto la cronaca di un incontro. Quello tra uno scrittore e un cantante. E la storia del loro coinvolgimento reciproco, dei loro incontri e dei loro scontri. Certo, io sono più coinvolto nella vita di Bob Dylan di quanto lui non lo sia nella mia. Lui, anzi, nella mia non lo è per niente: io non sono un fattore decisivo della sua vita, mentre lui lo è stato senz'altro della mia. Cionondimeno, questo libro narra la storia di quello che prova uno scrittore alle prese per molto, molto tempo con un cantante. Come per ogni fan, si tratta di sentimenti contrastanti: esultanza. tradimento, frustrazione, rassicurazione, choc. sorpresa e avanti così all'infinito.

Gli articoli raccolti nei tuoi Scritti, però, testimoniano che hai sospeso per un gran numero di anni, quasi tre decadi, questo investimento di fiducia sull'artista che ha segnato la tua vita e su quella che prima hai chiamato la sua “capacità di bellezza”. Perché?
Beh, ho continuato ad ascoltarlo. Ho scritto di molti dei suoi dischi ma... come posso dire? Era diventato troppo scadente. Secondo me, lui non credeva in quel che stava facendo. E se non ci credeva lui, certo non potevo crederci io. Avrei mentito a me stesso.

Dylan è noto anche per la sua indifferenza al lavoro di missaggio e produzione, per l'insofferenza con cui spesso respinge la richiesta di un'altra take o per l'irrazionalità con cui sceglie i pezzi da includere o lasciar fuori da un album (nel 1984 un capolavoro come "Blind Willie Mc Tell", per cui anche tu hai parole di ammirazione, venne scartata da Infidels). Quando però canta dal vivo, accade ogni volta che le canzoni, che suonano fiacche o svogliate sul disco, prendono vita, trovano il loro significato, non ti pare?
Non so se si possa dire che ciò che viene fuori è il vero significato. Di certo durante l'esecuzione dal vivo succede spesso che le canzoni dispieghino le proprie possibilità: l'effetto che possono fare, la direzione in cui possono andare... Un buon esempio è l'esecuzione di "Masters of War" che Dylan offrì in occasione del "Grammy" alla carriera nel 1991. Sono convinto che sia una delle sue più grandi performances di tutti i tempi. E di sicuro la migliore in assoluto di "Masters of War".

Quella esecuzione divide ancora oggi. C'è chi esalta per pagine la sua genialità e chi la definisce pessima e aggiunge che Dylan era assente, forse ubriaco, che abbaiava anziché cantare, e cosi via... non troppo diversamente dal modo in cui a te sono parsi vuoti e fiacchi concerti come quelli del periodo gospel o album come Desire. Che cosa innesca questo costante dibattito tra i fan? Cosa ci aspettiamo davvero da Bob Dylan? Ecco... [Marcus fa una lunga pausa — nda].

Ogni persona sente le cose in maniera diversa. A questa differenza si può reagire dicendo: "Sono tutti sinceri. La gente non deve andar d'accordo per forza", oppure: "No invece. Io so cosa stava succedendo su quel palco quella sera e tutti gli altri sono degli idioti". Oppure, ancora, si può tener presente che molti fan di Dylan sono sempre pronti a essere traditi, vivono perennemente nell'attesa... forse persino nella speranza di sentirsi traditi. perché molti di coloro che lo ammirano detestano due cose di Bob Dylan. Detestano il fatto che lui significhi cosi tanto ai loro occhi e nelle loro vite e in un certo senso vorrebbero che non fosse così. E in più moltissime persone — non tutte, ma moltissime — detestano chiunque abbia talento, chiunque sia capace di creare cose straordinarie e indimenticabili mentre loro non ne sono in grado. E certo questo non è un buon punto di partenza. Clinton Heylin, ad esempio, è uno dei migliori biografi di Dylan, un uomo sincero e generoso, uno studioso che stimo molto. Ma io penso che Clinton detesti Bob Dylan, perché Bob Dylan ha un talento che quel critico non avrà mai. Non solo: il talento di Dylan potrebbe essere così immenso che Clinton potrebbe addirittura non comprenderlo nemmeno perché, sotto sotto, potrebbe non permettere a se stesso di comprenderlo. E se leggi i suoi scritti su Dylan, ti accorgerai che sono pieni di risentimento verso Dylan, pieni di invidia, d'amarezza... ma forse, più di tutto, proprio di invidia. E l'invidia ci mette poco a trasformarsi in odio.

Con il 1992 i tuoi giudizi mutano. Cosa ti ha persuaso che fosse avvenuto un cambiamento?
L'uscita di Good As I Been To You. Assieme al successivo World Gone Wrong. Dylan realizza una coppia di album diversi da qualsiasi cosa avesse fatto in passato. Sono meravigliosi, affascinanti, puoi suonarli all'infinito senza stancartene mai. Danno l'impressione di un repulisti... ascoltarli é come guardare una persona che svuota la casa di tutto ciò che non serve fino a quando restano solo una sedia e due o tre libri, e poi si siede su quell'unica sedia, un giorno dopo l'altro, a leggere e rileggere fino a imparare da quei volumi qualcosa che non aveva mai capito prima. E allora è pronto per ricominciare daccapo.

Le tue parole ricordano quelle che hai usato per i Basement Tapes nella Repubblica invisibile.
Quei due album e i Basement Tapes per me sono due facce della stessa medaglia. Li anima lo stesso spirito. Nella Repubblica invisibile, al disco che fu registrato nello stesso periodo dei Basement Tapes e cioè John Wesley Harding, dedico un paragrafo. Subito dopo ne ho messo un altro riguardo al dittico di Good As I Been To You e World Cone Wrong. Come se quei dischi si fossero susseguiti senza soluzione di continuità... e in effetti, per quanto attiene alla storia che ho raccontato nella Repubblica invisibile, è proprio così.

Hai parlato con Dylan di queste tue impressioni? Cosa ne pensa?
Me ne ha fatto cenno l’unica altra volta che gli ho parlato dopo quell'incontro fuori dal tendone nel New Jersey...

Stai dicendo che in tanti anni in cui scrivi di lui lo hai incontrato solo due volte?
É così. Poco prima dell'uscita gli avevo fatto avere una copia staffetta della Repubblica invisibile, il mio libro sulle canzoni dei Basement Tapes. Dev’essergli piaciuto perché quando ha finito il suo disco (era il 1997 e Dylan stava lavorando a Time Out Of Mind) ha voluto farmelo ascoltare. L'unica reazione che io abbia mai ricevuto da lui per uno dei miei libri. Non so cosa pensi degli altri, ma sono certo che almeno questo gli sia piaciuto. Così mi ha fatto contattare dal suo manager, e poiché ovviamente non potevano far uscire dallo studio una copia di un materiale ancora inedito, ho dovuto scendere fino a Los Angeles dove avrei potuto ascoltare l'intero album da una cassetta. Allora ho preso l'aereo — a mie spese — per L.A. e sono rimasto due ore chiuso in una stanza e ho ascoltato l'intero disco da capo a fondo. Due volte. E non solo mi ha colpito e mi ha sopraffatto e mi ha confuso, ma ho anche avuto paura che non lo pubblicassero così com'era. Aveva un sound cosi incredibilmente grezzo... A me piaceva molto ma dubitavo che Daniel Lanois, il produttore, avrebbe accettato di far uscire un disco dalle sonorità così ruvide, così poco rielaborate... Invece Time Out Of Mind fu pubblicato senza cambiamenti.

E Dylan?
Ora ci arrivo. Quello stesso anno Dylan fu insignito di un premio semisconosciuto e intitolato all'attrice del muto Lillian Gish. Era prevista una piccola cerimonia e a mi fu chiesto di tenere un discorso. Ho accettato subito perché sapevo che così avrei avuto l'occasione di incontrare Bob Dylan. Il premio consisteva in un quarto di milione di dollari: per questo ero ragionevolmente certo che sarebbe venuto di persona a ritirarlo e infatti fu così. Chiacchierammo un po' e lui mi fece la domanda che fanno tutti quando incontrano uno scrittore. Mi chiese a cosa stessi lavorando. Io spiegai che avevo appena concluso La repubblica invisibile e non avevo ancora intrapreso un nuovo progetto. E lui: "Perché non scrivi la seconda parte allora? Hai appena scalfito la superficie..."


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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 21.11.2011
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