Parigi su Il Sole 24 Ore

Parigi su Il Sole 24 Ore

FORSE CHE SI' FORSE QUENEAU
Recensione apparsa su Il Sole24Ore il 13 Novembre 2011


di Giuseppe Scaraffia

«Parigi, diceva Balzac, è un vero e proprio oceano, Percorretela, descrivetela…troverete sempre un angolino vergine, un antro sconosciuto». L’inesauribilità della capitale, l’attrazione continua che esercita sia sui suoi abitanti che sui turisti spinge chiunque a lunghe passeggiate, destinate a riprendere il giorno seguente con la certezza di non esaurire mai le infinite curiosità che si annidano ovunque. Scoperte che si rifrangono sui monumenti più noti, dal Louvre a Notre Dame, caricandoli ogni volta di nuovi significati. Per descrivere questo stato d’animo, Baudelaire aveva coniato un termine “flâneur”, colui che passeggia senza fretta e apparentemente senza scopo, notando i particolari di un palazzo, la luce di una strada, l’aspetto dei passanti. Per farlo non mancano le guide, anche se molte, come se aveva osservato Raymond Queneau, si limitano a riprendere il Dictionnaire historique des rues de Paris di Hillairet.

Stanno per uscire due guide, simili e diverse, come tutto ciò che riguarda la capitale. Quella di Queneau, uno degli autori più intimamente parigini, basti pensare all’esilarante Zazie nel metro, consente di fare una magnifica figura. Chi potrebbe sapere che il primo ristorante di Parigi risale al 1766 e si trovava in rues del Poulies? Ma è ancora più interessante il seguito, perché Queneau ci spiega che il nome ristorante deriva da un fatto molto semplice: «vi si vendeva un consommé “restaurant”», ristoratore. Come se non bastasse, aggiunge che quelli che sarebbero stati chiamati i ristoratori potevano, a differenza dei locandieri, servire i pasti a qualsiasi ora. Con una restrizione però spazzata via come tante altre dalla rivoluzione del 1789: poteva offrire solo minestre, uova e pasta.

Passiamo al bel saggio di Eric Hazan, anche lui espertissimo, e facciamogli una domanda difficile: dov’era la rues del Poulies di cui parla Queneau? Al confine tra la zona elegante del Palais-Royal e quella più commerciale delle Halles. Poi una sorpresa, quella stradina piena di profumi allettanti, è diventata una parte della rue du Louvre. A questo punto il vero “flâneur”, ormai dotato di smartphone o di tablet, scrive il nome della strada dimenticata su Google. Lì la scoperta prosegue. Da wikipedia.fr viene a sapere che lì nel Settecento, ci pranzava un grande illuminista, Denis Diderot. Ecco su Wikisource il resoconto di uno di quei pasti. A farcelo non è uno dei tanti anonimi che gremiscono il web con i loro diversi pareri sui ristoranti, ma Diderot stesso. Lo scrittore è soddisfatto del cibo, ma trova salato il conto. Meno male che l’ostessa è bellissima: «Begli occhi, bella bocca, né grassa né magra, portamento elegante e agile, ma brutte braccia e brutte mani». In basso troviamo che il primo ristoratore della città aveva introdotto un’innovazione. Non metteva mai la tovaglia, ma serviva direttamente su tavoli di marmo e riusciva, tra le maglie del regolamento, a proporre anche pollo in fricassea, come piaceva a Diderot, ma, più castamente, al sale.

Allora Parigi va vista con in tasca le due guide e in mano e uno smartphone. Torniamo a Quenenau, un tipo strano, venuto dalla provincia, dotato come Diderot, di una cultura enciclopedica, ma curiosamente incapace di vivere. Per guadagnare qualche soldo era disposto a tutto, persino a tentare di affibbiare tovaglioli pubblicitari ai ristoranti parigini. Per sbarazzarsi di quella «sciagurata tendenza a gestire male le mie cose» era andato per sei anni cinque volte la settimana da una psicanalista russa che capiva poco il francese.
Per «mettere un po’ di burro sugli spinaci», aveva superato la sua timidezza proponendo nel 1936 all’«Intransigeant» una rubrica di domande e risposte sui segreti di Parigi. Così lo scrittore aveva iniziato a percorrere la capitale alla ricerca di singolarità dimenticate. Poi era passato a indagare direttamente negli archivi della prefettura. Non importava se di tanto in tanto qualche lettore maniacale lo prendeva in castagna. La vita era incomprensibile ma il passato di Parigi sembrava in grado di rispondere agli interrogativi più bizzarri, come la data dell’ultimo viaggio omnibus a cavalli: 13 gennaio 1913, sulla linea La Villette-Saint Suplice. Chissà cosa volevano dire quei due 13?

Il successo di quella rubrica non firmata rassicurò in modo inattesi l’autore, finalmente capace di guadagnarsi da vivere, al punto da farlo uscire dal silenzio nelle riunioni dei surrealisti. Dopo due anni di lavoro, gli era dispiaciuto smettere. «L’esplorazione di Parigi è stato l’unico avvenimento notevole per me –l’unico, in ognni caso che mi abbia fatto piacere –ed è stata lunga riprendermi dallo choc causato dalla soppressione della mia cronaca». Alla sua morte, dalla cassetta di sicurezza della banca, affiorarono, come un ultimo rebus, degli oggetti preziosi solo per chi li aveva custoditi: il ticket del metrò della sua prima uscita con la futura moglie e sei quaderni su cui aveva puntigliosamente incollato tutti gli articoli dell’Intransigeant.


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Pubblicato: 08.01.2012
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