Storia dell'ingegneria su Il Messaggero

Storia dell'ingegneria su Il Messaggero

E L'UOMO RICREO' IL MONDO
Recensione apparsa su Il Messaggero il 9 Luglio 2013


di Massimo Arcangeli

La storia dell'umanità coincide con quella delle sue opere di ingegneria, così ardite e innovative da sfidare spesso i millenni a partire da quelle construite nell'antica Roma. Come ci ricorda un volume insieme dotto e avventuroso.

L'OPERA
Il giorno 26 settembre 1839, nel Regno di Napoli, viene inaugurata la prima linea ferroviaria italiana; collegava Napoli e Portici, e come mezzo per il trasporto di persone era stata preceduta, nell'Europa continentale, dalla sola Paris-Saint Germain (1838). La prima ferrovia per passeggeri e merci del Vecchio Continente, che fu anche la prima costruita nel mondo, era stata realizzata in Gran Bretagna (1825); univa Stockton a Darlington, e precedette di un quinquennio il primo servizio regolare per viaggiatori su strade ferrate percorse da locomotive: faceva la spola tra Liverpool e Manchester. La locomotiva a vapore utilizzata sulla Stockton-Darlington nel 1825, opera di George Stephenson ed Edward Pease, si muoveva a 20 chilometri orari; l'altra che inaugurò nel 1830 la Liverpool-Manchester, il Rocket («razzo») dello stesso Stephenson, avrebbe quasi triplicato quella già altissima prestazione. Nel 1838 sarebbe stata la volta della Londra-Birmingham. La ferrovia avrebbe regnato «indisturbata praticamente per un secolo. L'era dei canali era terminata. Solo l'avvento delle innovazioni meccaniche del XX secolo - l'automobile seguita dall'aeroplano - potrà alla fine competere con il "cavallo di Ferro"». Quella di James Kip Finch (Storia dell'ingegneria. Dall'antico Egitto al Novecento, Odoya), nella meritoria riedizione di un classico sull'ultramillenaria storia dei frutti dell'ingegnosità umana applicata all'esperienza costruttiva, è soprattutto un'affascinante e documentatissima avventura intellettuale attraverso l'ideazione e la realizzazione di grandi opere: strade e canali, viadotti e acquedotti, ponti e trafori, porti e miniere, dighe e sistemi fognari, luoghi di culto e mausolei.

LE TECNICHE
Se ne ricava innanzitutto il senso della formidabile primazia vantata per secoli in materia ingegneristica dall'Antica Roma. I modelli rappresentati dalle sue vie (Appia e Flaminia in testa), dai suoi ponti, dai suoi acquedotti, dai suoi macchinari e materiali da costruzione hanno sfidato il tempo, e per il loro superamento si sarebbe dovuto attendere il XIX secolo. Un inedito composto di calce e pozzolana, sperimentato già in età repubblicana, diede origine a un cemento a indurimento rapido che non avrebbe avuto concorrenti fino all'inizio dell'Ottocento. Con le sue tre serie di arcate (arcuationes) sovrapposte, di larghezza decrescente da quella inferiore a quella superiore, il maestoso Pont du Gard edificato da Marco Vipsanio Agrippa (19 a. C.) nella Francia del Sud, al tempo di Augusto, è un prodigio costruttivo con pochi eguali - insieme a un altro capolavoro assoluto, il Pantheon di Adriano - nella storia dell'architettura mondiale. Sotto il regno dell'imperatore Claudio fu scavata «la più grande galleria mai costruita nell'antichità, per affrancare dalle inondazioni le ricche terre agricole sulle rive del bacino senza sfogo del lago Fucino»; a lavorarvi, se diamo credito a Svetonio, trentamila persone per undici anni. Il primato romano sarebbe potuto diventare un motivo di vanto tutto italiano fra Umanesimo e Rinascimento, ma così non è stato. Fu dall'Italia che si propagò in Europa «l'uso dei canali e una delle più importanti invenzioni idrauliche, la chiusa», ma la canalizzazione delle acque, e la connessa navigazione fluviale per mezzo di chiuse (nel De re aedificatoria, composto intorno al 1452, Leon Battista Alberti ne descrive una), erano compiuta realtà già alla metà del XV secolo. IL GENIO E I SOGNI Se l'evoluzione dell'ingegneria va sottratta al dominio della potenzialità di un'illuminazione o di un'idea e misurata sul reale compimento dell'opera pensata o progettata, osserva Finch, anche l'apporto di Leonardo alla storia della disciplina è da ritenersi molto modesto: tanto straordinario il suo contributo al progresso della "meccanica" mentale, quanto scarsa la dote portata dal suo genio alla scienza e alla tecnica della meccanica dei corpi. Nel 1482, scrivendo a Ludovico Sforza una notissima «lettera d'impiego», prometteva al signore milanese, qualora lo avesse preso alle sue dipendenze, di realizzare per lui una quantità di strumenti di guerra come ponti «leggerissimi et forti», per inseguire facilmente il nemico e, all'occorrenza, sfuggire rapidamente ai suoi attacchi; bombarde «commodissime et facile ad portare», per lanciare frammenti di pietra a mo' di tempesta; carri armati di sfondamento, «coperti, securi et inoffensibili»; macchine per lanciar sassi e simili, come «briccole, mangani, trabucchi et altri instrumenti di mirabile efficacia, et fora del usato». In tempo di pace, aggiungeva nella sua lettera al Moro, avrebbe costruito edifici pubblici e privati e si sarebbe preoccupato di realizzare opere in grado di «conducer acqua da uno loco ad uno altro». Nei suoi sedici anni di permanenza a Milano, però, Leonardo non realizzò nulla di tutto questo, nemmeno nell'ingegneria civile: il «più importante progresso ingegneristico che aveva riguardato Milano, la costruzione di canali, era stato ampiamente sviluppato prima del suo arrivo»; e pur «avendo lasciato schizzi, note e suggerimenti per lavori di canalizzazioni, non risulta che egli abbia avuto responsabilità dirette nella costruzione di canali».

LE PAROLE E LE COSE
Le leve, le stratificazioni, i cambiamenti della storia culturale sono spesso giustificati e accompagnati dai loro corrispettivi nella storia linguistica, e se le storie dei fatti raccontate da James Kip Finch fossero state anche storie parallele di parole avremmo probabilmente parlato del volume perfetto. Qualche interessante escursione nel lessico tuttavia non manca. A partire dalla testimonianza di Tertulliano sul termine ingenium. In un'opera dedicata al pallio (De pallio), il tipico mantello greco adottato dai Romani e poi divenuto, attraverso il paleocristianesimo, paramento liturgico cattolico, lo scrittore latino indicò con «novum extraneum ingenium» una macchina da guerra, l'ariete demolitore usato dai Romani contro i Cartaginesi. L'ingeniator era perciò un costruttore di congegni e di ordigni. Una conferma dalla lingua, alla quale se ne potrebbero aggiungere molte altre, della natura pratica e operativa dell'arte ingegneristica


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Pubblicato: 11.07.2013
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