Il furto della Gioconda sulla Domenica del Sole 24 ore

Il furto della Gioconda sulla Domenica del Sole 24 ore

DOV'è FINITA LA GIOCONDA? IN REDAZIONE.
Recensione apparsa su Domenica del Sole 24 ore il 7 Luglio 2013


di Marco Carminati

Sul clamoroso furto della Gioconda di Leonardo da Vinci, messo a segno nel Louvre il 21 agosto 1911, sono stati scritti molti saggi e anche qualche libro. Ma il volume pubblicato da Jean-Yves Le Naour, e ora tradotto da Marco Pegoraro per Odoya, rappresenta un contributo brillante e originale della vicenda, in quanto basato quasi tutto sulla consultazione a tappeto degli articoli che uscirono prima, durante e dopo la rocambolesca sottrazione del quadro al museo parigino. Andando a spulciare cronache e polemiche uscite dal 1906 al 1914 sulle principali testate francesi ed estere Le Petit Parisien, L’Intransigeant, Le Journal, L’Action Française, The Times, La Stampa e Il Corriere della Sera – lo storico Le Naour è riuscito a ricostruire con nuovi dettagli le circostanze che portarono al furto e la dinamica in cui esso si svolse.
Nei primi anni del Novecento s’era accesa una vivace discussione sulla scarsa sicurezza del Louvre. Il 1° dicembre 1906 il giornalista Felix Metenier era entrato nel museo e aveva sottratto una lapide romana portandola come un trofeo nella redazione del suo giornale, L’Intransigeant, per poi descriverla sua bravata con un articolo. Roland Dorglés fece di più: passò una notte intera steso in un sarcofago egizio senza che nessuno s’accorgesse di nulla, e qualche tempo dopo introdusse al Louvre una statuetta dozzinale ponendola sopra una mensola con tanto di cartellino: “N. 402. Testa di Divinità, dagli scali di Delo”. Per un mese nessun custode notò l’intrusa, mentre alcuni visitatori si fermarono a contemplarla con interesse. Purtroppo il Louvre non era preda solo dei burloni ma anche dei pazzi. Nel 1907 un folle aveva preso a coltellate il Diluvio Universale di Poussin, nel 1909 un altro matto aveva lacerato il Rinnegamento di Pietro di Le Nain (il quadro “non mi piaceva”, avrebbe detto più tardi agli inquirenti.
E nel 1910 un tizio era riuscito ad aggiungere la sigla “CL” sopra un quadro di Rembrandt. La misura era colma. Sui giornali s’accesero furiose polemiche e il direttore del museo, Théophile Homolle, decise di adottare un provvedimento già sperimentato alla National Gallery di Londra: fece mettere sottovetro i quadri più importanti del Louvre. La vetreria Gobier venne incaricata del lavoro. Però, invece del plauso, i giornali riservarono ad Homolle nuove bordate di critiche. I vetri – dissero i commentatori – generavano riflessi molto fastidiosi e impedivano al corretta visione dei quadri. E a dimostrarlo ci pensò – ancora una volta – il burlone Dorgelés. Entrato al Louvre e piazzatosi davanti a La Cena di Emmaus di Rembrandt, lo spiritoso Roland tirò fuori pennello e sapone da barba, si annodò un asciugamano intorno al collo e cominciò a radersi usando il vetro del quadro come specchio. Nonostante le burle e le proteste Homolle non cedette, e nel 1911 tutti i dipinti del dipinto del Louvre esposti a portata di mano erano stati protetti con un vetro posato dall’impresa Gobier. Tra gli operai che lavoravano per Gobier c’era un emigrante italiano, un ex imbianchino, che s’era dimostrato particolarmente abile nel maneggiare quadri, vetri e cornici.
Ma nel luglio del 19111 il lavoro della Gobier era finito e l’operaio italiano era stato lasciato a casa senza tanto riguardi. Così forse un po’ per vendicarsi e forse un po’ per farsi notare, egli meditò un piano temerario: l’operaio – che si chiamava Vincenzo Peruggia – si mise in testa di rubare la Gioconda. Come andarono le cose lo appurarono più tardi le indagini e lo riportarono in dettaglio i giornali. Peruggia disse di aver agito per motivi patriottici. Durante i mesi passati al Louvre a montare i vetri protettivi, oltre a diventare abilissimo nel maneggiare quadri, l’italiano s’era roso conto di quante opere fossero state “rubate dall’Italia” e di quanto carenti fossero i sistemi di sicurezza del museo. Decise allora di prelevare un quadro simbolico e di “restituirlo” al suo Paese. Scartate Le Nozze di Cana di Veronese e il Parnaso di Mantegna perché “troppo grandi” (in effetti il Veronese misura quasi 7 metri per 10!), Peruggia puntò sulla più maneggevole Gioconda e con perizia la staccò dalla parete.
Subito dopo, conoscendo gli anfratti del Louvre, portò il quadro in una scala di servizio deserta e qui liberò la tavola dalla cornice. Poi tentò di guadagnare l’uscita attraverso una porta secondaria, ma la trovo sbarrata. Peruggia non si perdette d’animo, smontò il pomolo della porta e riuscì ad aprirla. A questo punto si tolse il camice, vi avvolse la Gioconda ed uscì sul Lungosenna. Appena fuori fece la scelta giusta: prese il primo mezzo pubblico che gli capitò a tiro e si allontanò velocemente dal museo. Poi, quando si sentì sicuro, scese e si fece portare a casa da una carrozzella con la Gioconda sottobraccio avvolta nel camice bianco. Al Louvre, intanto, nessuno s’era accorto di nulla. Solo la mattina successiva (22 agosto) i sorveglianti Mailland e Garrec notarono l’assenza del quadro. Pensarono fosse al laboratorio fotografico, ma fatta una telefonata di verifica ottennero una risposta negativa. Al museo iniziò a serpeggiare il panico. I custodi percorsero il Louvre in lungo e in largo senza successo. Così, alle 11:30, si avvertì il direttore Théophile Homolle in vacanza sul Vosgi, il quale, però, pensando a una bufala, neppure rispose al telegramma. A questo punto venne chiamata la polizia e alle 15 il Louvre venne evacuato e chiuso al pubblico con la scusa di un’improvvisa perdita idraulica. Nel pomeriggio del 22 agosto l’incredibile notizia raggiunse le redazioni dei giornali parigino mandandole in fibrillazione. A caldo di pensò ad uno scherzo, ma quando la polizia, perquisendo il museo, trovò la cornice sulla scala di servizio, non vi furono più dubbi.
I giornali spararono a piena pagine: “La Joconde est disparu!”. La notizia fece il giro del mondo e quando il 29 agosto il Louvre riaprì i battenti, una folla enorme di riversò nel museo solo per vedere i ganci dove era stata appesa la Gioconda.La polizia interrogò per mesi centinaia di persone e, clamorosamente, Vincenzo Peruggia, in quanto ex dipendente della ditta Gobier. L’interrogatorio fu una mezza farsa. Alla domanda dell’inquirente: “Che cosa stava facendo la mattina del 21 agosto 1911 tra le 7 e le 8.15?” Peruggia aveva risposto: “Dormivo”. Punto. E alla polizia, incredibilmente, bastò quell’alibi. Intanto il tempo passava e la Gioconda non saltava fuori. Così ai giornali venne un’idea. René Bachet, direttore dell’Illustration, si dichiarò disposto a consegnare 40mila franchi a chiunque si fosse presentato nella sede della rivista con la Gioconda sottobraccio. Oltre ai soldi si garantiva ovviamente anche il più stretto anonimato. Il Paris Journal trovò l’idea così buona da rubarla e, per aggiudicarsi l’eventuale scoop di ritrovamento, alzò la posta a 50mila franchi. La Patrie fece di più: lanciò una sottoscrizione pubblica per racimolare un riscatto che fosse sul serio degno della Gioconda: 500mila franchi! Vincenzo Peruggia non sembrava interessato al riscatto, anche se la cifra di 500mila franchi – vedremo – gli resterà impressa nella mente. Il ladro aveva pensato dapprima a un abbocamento con i principali mercanti e collezionisti di Londra, avendone trascritto con precisione i nomi su un taccuino che verrà ritrovato nella sua abitazione, Poi mutò parere. E dopo aver tenuto per quasi due anni e mezzo il quadro chiuso in una scatola di legno, dentro un armadio nel minuscolo appartamento parigino di rue de l’Hôpital Saint Louis 5, il nostro Peruggia decise di tentare il “bel gesto” di restituire la Gioconda all’Italia ignorando che il dipinto era stato regolarmente comperato da Francesco I di Francia direttamente dagli eredi di Leonardo.
Le circostanze della restituzione furono quasi comiche. Alla fine di novembre del 1913 Peruggia prese carta e penna e scrisse all’antiquario fiorentino Alfredo Geri dichiarando tre cose: di possederla Gioconda, di volerla restituire all’Italia e di accettare in cambio 500mila franchi per “coprire le spese”. Con scarsa fantasia firmò la lettera “Leonard” e sollecitò una risposta lasciando un fermoposta di riferimento. Invece di cestinare la missiva come espressione dell’ennesimo mitomane, Alfredo Geri fece vedere la lettera a Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, e i due ritennero valesse la pena di rispondere, invitando a Forenze “Leonard” con la Gioconda al seguito. Peruggia li prese in parola. Mise la Gioconda nella valigia, salì su un treno e raggiunse Firenze prendendo alloggio nel modesto Hotel Tripolitania, a due passi dal duomo (l’albergo esiste ancora ma, manco a dirlo, ora si chiama Hotel Gioconda). L’11 dicembre 1913 Geri e Poggi andarono a conoscere “Leonard” all’albergo Tripolitania e si trovarono davanti Vincenzo Peruggia con una mano una Gioconda autentica. Trattenendo a stento l’emozione, Geri e Poggi convinsero Peruggia a consegnare loro la tavola per portarla agli Uffizi e sottoporla ai necessari accertamenti sull’autenticità. Gli dettero appuntamento in albergo per il giorno dopo, facendogli balenare la consegna del “rimborso spese” di 500mila franchi. Peruggia ci cascò. Consegnò l’opera a Geri e Poggi, che la avvolsero in un panno rosso e guadagnarono l’uscita. In realtà incapparono nella corpulenta portiera dell’Hotel Tripolitania. La donnona sbarrò loro la strada, convinta che i due stessero sottraendo un quadro del modesto arredo dell’albero. Ma, appurato che non era così, la portiera li lasciò benevolmente passare. I due corsero ad avvisare la polizia. Un commissario in borghese si recò subito dopo all’Albergo Tripolitania, salì in camera e chiese all’ospite: “Lei è Leonard?”. “Sì, sono io. La manda l’antiquario Geri per il rimborso spese?”. Narrano le cronache che quando il commissario alzò le manette Peruggia capì e non oppose resistenza.

Il libro
Il volume “Il furto della Gioconda” di Jean-Yves Le Naour (traduzione di Marco Pegoraro, Oodya, Bologna, pagg. 204, euro 15.00) affronta con grande qualità narrativa uno degli episodi più clamorosi della storia artistica del Novecento, la sottrazione del capolavoro di Leonardo da Vinci dalle sale del Louvre la mattina del 21 agosto 1911 ad opera dell’immigrato italiano Vincenzo Peruggia. Scritto da uno storico del Novecento specialista della Prima Guerra mondiale. il libro si caratterizza per essere costruito interamente sui resoconti che della vicenda diedero i giornali dell’epoca, offrendo nuovi dettagli su come avvenne il furto sui presupposti che lo resero possibile. Il libro offre un’appendice di schede dedicate ai più famosi furti di opere d’arte del XX secolo.


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Pubblicato: 11.07.2013
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