Peggy Guggenheim su Sette

Peggy Guggenheim su Sette

VIZI E VIRTÙ DI PEGGY, ANIMA D'ARTISTA
Recensione apparsa su Sette il 9 maggio 2014

Grande collezionista e pessima madre, generosa mecenate e divina mondana, ecco Guggenheim e la sua vita da leggenda

di Diego Gabutti

Per gli artisti, l'arte è sempre "un di più", come i miracoli peri santi secondo i teologi: l'opera conta meno della "scena" in cui viene esposta. Dopo Rimbaud, poi, l'idea è che l'arte sia un grimaldello per cambiare la vita, non più lo specchio nel quale la vita si riflette, esaltata o biasimata.
Non tutti gli artisti, infine, creano opere d'arte con la tavolozza, la macchina da scrivere, il pianoforte. Alcuni hanno altro da fare, o non hanno particolari talenti, né occhio né orecchio per le forme o peri colori, e così sono loro stessi l'opera.
Collezionista (secondo Gore Vidal) «di quadri e di uomini», avara e tirannica, sessualmente indemoniata, «maestra di battute che ridimensionano un concetto o una persona», groupie degli artisti d'avanguardia, da Marcel Duchamp a Yves Tanguy, da John Cage a Samuel Beckett, mecenate con alcuni, una furia con altri, sprezzante, pessima madre, Peggy Guggenheim era una di queste anime d'artista che vagavano tra tavolini dei café e grand hotel, tra wagon lit e gallerie d'arte. Era lì – godendosi la vita, finanziando le attività degli artisti, ammirata per il suo denaro da quanti spregiavano il denaro – che quest'artista passiva lavorò alla propria opera: una vita da leggenda.
Si sposò due volte, la prima volta col re della bohème parigina, Laurence Vail, dal quale ebbe i suoi due figli, Pegeen e Sindbad, e una seconda volta con la massima icona del surrealismo, il grande Max Ernst. Fu amica (non a lungo) degli anarchici Emma Goldman e Sasha Berkman. Si mise per un un po' con lo scrittore stalinista Douglas Garman, che quando litigavano le dava della «trotzkista», e s'iscrisse anche lei al partito comunista inglese, avanguardia caviar del proletariato. «Indossai un orecchino di Tanguy e un altro di Calder per dimostrare la mia imparzialità tra l'arte surrealista e quella astratta», disse una volta Guggenheim, più con alterigia che con humour, anche noir, di cui doveva essere priva.
La citazione è nella quarta di copertina di Peggy Guggenheim. Un sogno d'eternità di Véronique Chalmet (già biografia di altre icone, da Billie Holliday a Frank Sinatra). Libro che si legge con divertimento e senza interruzioni, Peggy Guggenheim è la storia d'una vita ricca, esaltante e grama. Benjamin Guggenheim, suo padre, mori sul Titanic nel 1912 lasciando un mucchio di soldi e un vuoto immenso. Educata con severità, scontenta del proprio aspetto, ebrea ma anche un po' antisemita, piena d'ammirazione per le prime femministe, Guggenheim cercò uno scopo nella vita e un modo di vincere lo spleen: i libri di Bernard Berenson, che lesse da giovane, la convertirono all'arte rinascimentale, ma presto gli odii e gli amori, gli incontri e le separazioni, la convinsero che cera più gusto nell'avanguardia. Mondo in declino. Gore Vidal, che scrisse una bellissima introduzione alla bella autobiografia di Peggy Guggenheim, Una vita per l'arte, la ricorda ancora giovane, nel secondo dopoguerra a New York, mentre «al proprio ricevimento vaga su e giù, più come un'invitata che come la padrona di casa». Trent'anni dopo, a Venezia, sul Canal Grande, dove la ricca «collezionista di quadri e uomini» si è trasferita n11949 aprendo al pubblico la Collezione Peggy Guggenheim, a Vidal ricorda i personaggi di Henry James. È «una Daisy Miller che partecipa a tune le feste» e «guarda con occhi penetranti un mondo che declina molto più rapidamente di lei».


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Pubblicato: 29.05.2014
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