Henry Miller sul Corriere della Sera

Henry Miller sul Corriere della Sera

Recensione apparsa su Il Corriere della Sera il 15 Ottobre 2014

Henry Miller non fu mai rispettabile

di Sebastiano Grasso

Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller (1891-1980), questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Bastava seguire la cronaca della sua vita, anche se sinteticamente.
Ma ecco che, adesso, una nuova biografia,
Henry Miller di Arthur Hoyle — la quarta, a distanza di vent’anni dalla precedente — ne indaga la parabola umana e letteraria, con un metodo investigativo (tipo giornalismo d’inchiesta) che tiene conto delle molte rivelazioni contenute nelle lettere inedite dello scrittore, nei brani sconosciuti dei diari di Anaïs Nin e nelle interviste ad amici e conoscenti dello scrittore americano, soprattutto in quella con la terza moglie, Lepska Warren. Forse in nessuno scrittore esiste un’osmosi così profonda fra vita ed arte. C’è di più: per la sua indagine, Hoyle costeggia Freud e — anche se questo metodo ne appesantisce un po’ la lettura — dà un’immagine dettagliata, autentica, della vicenda (ricchissima di contraddizioni) di uno dei più interessanti autori del XX secolo, che aveva scelto come punto di riferimento Walt Whitman, morto l’anno successivo alla sua nascita.
Henry Miller nasce a New York, nel quartiere di Manhattan, da due immigrati tedeschi. Carattere insofferente delle regole e ossessionato dal sesso, a 19 anni va via in giro per gli States con una divorziata di 37 anni. Si mantiene con lavori saltuari. Rientrato a New York, si sposa, ha la prima figlia e inizia a scrivere. Nel 1923 conosce la ballerina June Mansfield, divorzia e si risposa. June lavora nei locali notturni, dove concede, a pagamento, le sue grazie a ricchi clienti. Ciò le permette di mantenere Henry e di fargli pubblicare il primo libro di prose (Mezzetinte) a proprie spese.
Dal 1928 al 1929, i due vanno a Parigi. Poi Miller ci ritorna, da solo, nel 1930. Collabora all’edizione francese del «Chicago Tribune» ed abita a Villa Seurat, in casa dell’amico inglese Michael Fraenkel, dove entra in contatto con scrittori ed artisti (egli stesso si dedica al disegno). Fra questi, Anaïs Nin, di 12 anni più giovane, nata a Neuilly-sur-Seine, poi trasferitasi in Usa. Figlia di un pianista e di una cantante cubani, Anaïs aveva sposato, a New York, il bancario e cineasta Hugh Parker Guiler e, dopo una serie di vicissitudini, era rientrata in Francia. L’incontro con Miller e la relazione che segue sconvolgono la vita di entrambi, come ricorda la donna nei suoi Diari. Nel 1931 Miller comincia la scrittura di Tropico del cancro (che esce nel 1934 da Obelisk Press). Quando l’editore Jack Khatane legge il manoscritto, portatogli da William Bradley, agente letterario degli scrittori americani che vivono a Parigi (fra cui Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald), scrive a Miller: «Ho molto atteso che un libro come il suo mi cadesse tra le mani. È turpe, stimolante e c’è quello che ha scritto lei: il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto. Al suo confronto, l’Ulisse di Joyce sa di limonata». Il linguaggio rude attrae Anaïs e influenza non solo la sua scrittura, ma anche il suo modo di vivere, la sua sessualità. «La sua prima opera edita — nota Hoyle nella biografia — stabilì la sua voce e il suo stile distintivi, marchiandolo all’instante come scrittore fuorilegge».
Vietato in Gran Bretagna e negli Usa, il libro uscirà a New York solo nel 1961. Ed è proprio su questo binario che vanno le ricerche di Arthur Hoyle. Per vedere sino a che punto l’America è diventata, per Miller, un «incubo ad aria condizionata».


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Pubblicato: 24.10.2014
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