Matilde di Canossa su Avvenire

Matilde di Canossa su Avvenire

LA LAICITÀ È NATA A CANOSSA
Recensione apparsa su Avvenire il 21 novembre 2014


di Franco Cardini

Canossa. Nome fatidico. «A Canossa non andremo», proclamava solennemente i114 maggio 1872 Ottone di Bismarck dinanzi al Reichstag. Papa Pio IX si era rifiutato di accreditare l’ambasciatore del neonato impero tedesco presso la Santa Sede, ma il Cancelliere di ferro non aveva intenzione di cedere. Sembrava bruciare ancora l'immagine dell'umiliazione subita da Enrico IV di Franconia in quella fredda notte del gennaio 1077, là. sull’Appennino modenese. Tra Enrico IV il principe di Bismarck c’era un abisso: c’era tutto il medioevo, che nell’Ottocento romantico sembrava tornato a vivere, e c’erano Lutero e la Riforma, e poi quel giorno del 1870 in cui a Versailles i principi tedeschi vittoriosi a Sedan avevano acclamato Federico Guglielmo di Prussia imperatore di un impero federale che idealmente si allacciava all’antico. La frase del principe di Bismarck divenne proverbiale; da allora, «andare a Canossa» ha significato affrontare un’umiliazione cocente. Ma che cos’era davvero successo nel 1077, ai piedi di un’arcigna rocca appenninica? Le vicende sono tra le più note di tutta la storia del medioevo occidentale: lo scontro tra il monaco Ildebrando di Soana, da tre anni papa col nome di Gregorio VII, e il giovane imperatore Enrico IV, scontro culminato con la scomunica del secondo e con le successive vicende che condussero all’umiliazione del sovrano ai piedi del pontefice. All’episodio aveva assistito una potente signora, la marchesa di Toscana Matilde di Canossa, la magna comitissa cui è dedicata una bella monografia di Eugenio Riversi. In quel crudo gennaio 1077 il giovane sovrano, presentatosi inatteso al castello di Canossa dove il pontefice era ospite, attese tre giorni in abito da penitente, nelle neve, prima di essere ricevuto e perdonato. La scena, in fondo, non era nuova: molte volte il suo grande e potente padre, Enrico III, si era umiliato e aveva assunto atteggiamenti penitenziali al cospetto del suo popolo. Ma la cosa era molto diversa nella sostanza Enrico III era un monarca vittorioso, che chiedeva perdono a Dio dei peccati suoi e del suo regno; così facendo, ribadiva la sua natura di primo e privilegiato tra i sudditi del Gran Re celeste, secondo il noto binomio teologico e liturgico dell’exaltatio/humiliatio. Egli era signore incontrastato di un impero feudale in cui anche vescovi e abati erano vassalli e funzionari pubblici. Ma dopo la morte di Enrico III, e durante la minor età del figlio, un processo di moralizzazione dalla Germania aveva investito anche l'Italia, trovando capi di grande prestigio come il camaldolese Pier Damiani e il cluniacense Ildebrando. Enrico I, appena assunta la pienezza del potere, aveva cercato di riaffermare il controllo regio sulla Chiesa: ne era scaturita una dura contesa nella quale Gregorio VII aveva saputo coinvolgere la stessa nobiltà tedesca. Le vicende che condussero all’umiliazione di Canossa sono adesso ricostruite con attenzione da Stefan Weinfurter, che non solo corregge molte ormai invecchiate versioni dell’episodio, ma lucidamente dimostra come dalla Riforma (impropriamente e riduttivamente detta «gregoriana») scaturì uno dei primi semi della modernità, la netta e definitiva separazione tra potere spirituale e temporale, e si avviò al tempo stesso il «processo di secolarizzazione» base della laicità occidentale. Se il potere ha perduto sacralità, è in gran parte dovuto proprio a quella riforma, che ha spogliato il trono del suo alone divino, fondando i presupposti per una concezione tout court immanente della vita pubblica.


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Pubblicato: 27.11.2014
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