Storia del sigaro sul Venerdi di Repubblica

Storia del sigaro sul Venerdi di Repubblica

MARCHIO DI FABBRICA
Recensione apparsa su Repubblica il 02 Gennaio 2015


di Matteo Tonelli

IL TABACCO KENTUCKY E I SUOI FRATELLI
In un libro, tutto quello che avreste voluto sapere sui sigari e non avete mai sperato di trovare. Storia del sigaro di Luigi Ferri è la guida più completa ai segreti del tabacco. Dalle grandi marche cubane a quelle della Repubblica Domenicana fino alle meno note Filippine. Senza scordare i toscani. Si parte con la scoperta del tabacco, si prosegue con la sua coltivazione e finalmente si arriva alla realizzazione di un buon sigaro. E poi ci sono le storie di fumo e di fumatori (astenersi se avete appena smesso).


UNA BELLA STORIA MOLTO FUMOSA
È nato per caso, sotto un temporale estivo, e fra sfide imprenditoriali e battaglie esemplari. è diventato forte. Nel 2015 il sigaro Toscano compie duecento anni durante i quali ha contribuito (soavemente, per molti che lo amano) a dare un altro sapore all'Italia.

Ci sono grandi storie che nascono per caso. Quella del sigaro Toscano, che questanno celebra i 200 anni della sua nascita non voluta, è una di queste.
A Firenze quel giorno dell'estate del 1815 pioveva. Lacqua veniva giù a catinelle e quella partita di tabacco Kentucky, piazzata nel cortile della manifattura dell’ex monastero di Santa Caterina delle Ruote, non poteva che inzupparsi. Impossibile recuperarla, pensò sconsolato il direttore dell'opificio. Il tabacco, ormai impregnato d'acqua, non poteva più essere usato per fare i sigari di qualità che tanto andavano di moda all'epoca. Dopo la pioggia, il sole. Le balle, legate e pressare, fermentarono. Due le alternative: buttare tutto, giocare al ribasso e creare un sigaro di poco costo, avvolto in una sola foglia di tabacco da vendere al popolino. Una soluzione di ripiego, certo, ma quelli della manifattura decisero di provarci lo stesso. Il sigaro Toscano nacque cosi. Anzi, non proprio. Fino al 1927 si chiamerà Fermentato. Per avere il nome che lo consegnerà alla storia bisognerà attendere un regio decreto.
Quello nato da un temporale era un fumo povero, un sigaro che veniva tagliato in due pezzi per risparmiare. Ma la scelta nata dalla necessità diventerà una caratteristica, anzi un «marchio di fabbrica»: dal 1948 entreranno in commercio i sigari già tagliati, gli ammezzati. Non per tutti, però. Ancona oggi c'è chi lo fuma intero, «alla maremmana». Infatti la tradizione vuole che i butteri, i pastori della Maremma che passano la giornata a cavallo, dovessero avere le mani sempre sulle briglie e quindi non potessero tagliarlo.
Ma ritorniamo al temporale fiorentino. L'azzardo funziona e il popolo (e subito dopo anche i nobili dell'epoca) mostra di gradire quel sigaro dal gusto così diverso. E nel 1818 a Firenze inizia la produzione: prima a Sant'Orsola poi, visto il successo, nelle fabbriche di Sestri Ponente, Modena e Chiaravalle. Nel 1853 decidono di traslocare tutto nella manifattura di Lucca, precisamente nell'ex convento di San Domenico (dove la produzione  è rimasta fino al 2004, quando è stato aperto un nuovo stabilimento nella periferia della città). Le vendite aumentano. Tra l'Ottocento e il Novecento la maggior parte dei circa due miliardi di sigari prodotti in Italia sono Toscani.
Non sempre, nel corso del tempo, è andata così bene. A dare un colpo pesantissimo alle vendite arrivarono due imprevisti: nel 1968 il passaggio dalla lavorazione a mano a quella meccanizzata (dal 1881 era stabilito che la fabbricazione dei sigari dovese svolgersi interamente a mano, «poiché serve l'opera intelligente dell'operaio e l'azione dell’atto») e intorno agli anni Settanta il vertiginoso aumento del consumo di sigarette. Per il Toscano sembrava non esserci più spazio. Ed erano sempre meno le donne con la voglia di continuare la tradizione delle sigaraie.
E questa è un'altra storia nella storia: quello delle sigaraie era un lavoro (rigorosamente fatto a mano) durissimo, da cui gli uomini – considerati inadatti – erano esclusi. La selezione era ferrea: al momento dell'assunzione, le mani di ogni aspirante sigaraia venivano toccate, soppesate e fatte muovere. Una volta assunta e formata, ogni lavoratrice sfornava 500 sigari al giorno, in condizioni di lavoro tutt'altro che favorevoli. Tra loro nacque una fortissima solidarietà sociale e sindacale, e furono le protagoniste di una delle prime lotte per la tutela dei diritti sul lavoro.
Nel 1874 le sigaraie della manifattura di Sant’Orsola di Firenze scioperarono, e riuscirono a trascinare nella loro battaglia anche le colleghe delle altre manifatture. Volevano più soldi, condizioni di lavoro più sane e un tabacco migliore da lavorare. Vinseno. E videro aumentare la paga per il cottimo da 21 a 25 centesimi ogni cento sigari. Era solo l'inizio. Nel 1914 incrociarono nuovamente le braccia, questa volta chiedendo asili nido nel posto di lavoro. E dopo una lunga lotta li ottennero.
Gli anni passano, tutto o quasi cambia, e a partire dal 1970 lo scenario è radicalmente diverso: macchine e calo delle vendite hanno ormai relegato il Toscano in una nicchia per pochi fedelissimi. Poi, nel 1985, una nuova prospettiva: Giuseppe Spaziante, direttore della Manifattura di Lucca, scommette sul rilancio della lavorazione a mano. Recupera 17 sigaraie e crea il Toscano Originale (oggi a farlo sono in 30). L'idea di tornare alle vecchie ricette è vincente e per il Toscano le cose ricominciano a funzionare. Fino al definitivo rilancio negli anni Novanta, con nuove varietà (comprese quelle aromatizzate, una concessione alle nuove generazioni di appassionati).
Nel frattempo la proprietà della società è passata di mano più volte. Dal 1999 al 2004 è stata in capo all'Ente tabacchi italiani Spa, dal 2004 al luglio del 2006 alla British tabacco Italia, poi il gruppo Maccaferri ha acquito la proprietà del sigaro Toscano, compresi gli stabilimenti di Lucca e Cava de' Tirreni (dove la tradizione fa risalire le prime coltivazioni di tabacco ai tempi del governo Murat) e della premanifattura di Foiano della Chiana. E nel 2013 la Manifatture Sigaro Toscano Spa, che controlla oltre il 30 per cento del mercato italiano dei sigari, ha chiuso i conti con un fatturato di 90 milioni di euro. Bilanci in attivo a parte, quel che conta è sottolineare che le avventure di questo sigaro scuro, stortignaccolo e dall'aroma soave per chi lo ama (e pestilenziale per chi lo detesta) servono anche per ricapitolare la storia d'Italia, dall'arte alla letteratura, dalla politica alla musica. Aristrocratico e al tempo stesso popolare, lontano anni luce dall'altezzosa solennità degi Avana status symbol di ricchezza, il Toscano è il sigaro di tutti. Dell'intellettuale, del contadino e persino dei briganti, quando c'erano. Lo fumava Garibaldi ferito in Aspromonte. Ha accompagnato Mazzini e il suo sogno di un'Italia unita. Lo teneva sempre in bocca Verdi mentre scrive le sue opere e Mascagni componendo la Cavalleria Rusticana. Modigliani ne ha fatto un inseparabile compagno. E Vittorio Emanuele II diceva che «un mezzo toscano e una croce da cavaliere non si negano a nessuno».
Nel cinema, Pietro Germi gli ha dato una parte di una certa rilevanza: sulle labbra di Saro Urzì ne Il brigante di Tacca del Lupo (1952) e fumandolo lui stesso ne Il ferroviere (1955) e in Un maledetto imbroglio (1958). Sergio Leone l'ha reso celebre appendedolo alla labbra di Clint Eastwood (che però si dice non lo amasse molto) e Burt Lancaster ne Il Gattopardo di Visconti assiste, con un Toscano, alla fine della monarchia borbonica.
Mario Soldati, suo incallito estimatore fino a 92 anni, diceva che il fumo di questo sigaro è «incenso laico», e ha invocato per quelle foglie arrotolate («una delle poche cose genuine che ci restano») la denominazione di origine controllata, «come per il Baro lo». E poi Puccini, Pascoli, Ungaretti, De Chirico. De Pisis... Fino a oggi, e a un attore come Toni Servillo o alla cantante Nada. Ad alcuni celebri intenditori sono stati dedicati i cosiddetti «sigari d'autore»: i Garibaldi, i Modigliani e i Soldati. L'ultimo nato? Si chiama Opera. E la storia, fumosamente, ma con precisione, continua.



Visualizza la scheda del libro
Visualizza l'immagine dell'articolo


Pubblicato: 15.01.2015
Odoya srl. Via Carlo Marx 21, 06012 Città di Castello (PG)
Tel +39.0753758159 / Fax +39.0758511753 - info@odoya.it - P. iva 02774391201
Copyright © 2019 Odoya. Powered by Zen Cart - Designed by InArteWeb
Parse Time: 0.105 - Number of Queries: 133 - Query Time: 0.042795222885132