Jacqueline Kennedy su D-Donna di Repubblica

Jacqueline Kennedy su D-Donna di Repubblica

Recensione apparsa su D-Donna di Repubblica il 29 agosto 2015

Un simbolo di fascino, una protagonista del mistero e dalle contraddizioni inesauribili. Ma soprattutto una donna formidabile devastata da un trauma che oggi chiameremo Sindrome post-traumatica: è la tesi di una nuova biografia su Jacqueline Kennedy. Che qui l'autrice racconta.

di Carlotta Magnanini

Il diavolo veste un tailleur rosa modello Chanel, accanto al 35esimo presidente degli Stati Uniti sul sedile posteriore di una Lincoln Continental blu. Dentro, ci sono tutti i demoni di Jacqueline Kennedy, legati all'apparenza e alla finzione, all'esteriorità e all'abisso della first lady più celebre d'America. E anche la più tradita. Quel tailleur leziosamente glamour e al tempo stesso austero – scelta azzeccata per l'immagine di un'impeccabile moglie di potere anni 60 – Jackie continuerà a indossarlo, imbrattato del sangue del marito come una reliquia, per molte ore dopo le 12.30 del 22 novembre 1963, quando JFK venne assassinato a Dallas. Simbolo del suo dramma, ma anche chiave di lettura per decifrare la personalità di una donna decisa ma fragile, conformista ma ribelle, tanto invidiata e criticata dalla sua nazione e dal mondo intero. Un chiave inedita che conduce all'identikit della principessa triste (ingrediente base in ogni fiaba di corte) è contenuta in
Jacqueline Kennedy Onassis. La biografia mai raccontata, che esce in italiano il 27 agosto (Odoya). L'autrice Barbara Leaming, al suo terzo libro sui Kennedy, qui stila una diagnosi precisa e clinica della sua sofferenza: Dpts, disturbo post-traumatico da stress, patologia frequente tra i reduci di guerra in seguito allo shock subito. E la sindrome spiega molto della sua vita, ripercorsa e ricostruita dall'adolescenza wasp a Newport all'esperienza da giornalista al Washington Herald (dopo quella mancata a Vogue), dal matrimonio con JFK nel 1953 al più devastante lutto (non il primo, c'erano già state stata la perdita di due figli e dell'amato, scapestrato padre detto «Black Jack» per l'abbronzatura perenne), illuminando di lì anche il seguito, dal matrimonio con Onassis nel 1968, alla morte, la sera del 9 maggio 1994, a 64 anni, nel suo appartamento di Manhattan.
Leaming ha ricomposto quella vita come un puzzle tra documenti d'archivio, referti medici, epistolari. E spiega: «A suggerire la tesi del libro è proprio una lettera». Non una lettera qualunque: «Jackie stessa la definì "la più significativa mai ricevuta": la scrive nel 1964 il premier inglese Harold Macmillian. A sua volta reduce di guerra, esprimendo il proprio cordoglio paragonava l'esperienza di Mrs. Kennedy al trauma subito dai soldati sopravvissuti ai combattimenti. Jackie gli rispose confidando l'enorme discrepanza che avvertiva tra il devastante peso di dover convivere ogni giorno con quello che sentiva le fosse successo e il modo in cui la gente lo vedeva: il lutto di una vedova un po' scossa». Quella voragine per l'autrice «spiega molti dei comportamenti e dei fraintendimenti successivi. Il più madornale furono le nozze con Aristotele Onassis, giudicate dall'opinione pubblica un matrimonio di interesse, per di più celebrato a soli cinque anni dal massacro di Dallas. Alla luce della malattia, è il tentativo di raggiungere una sicurezza per sé e i figli che solo un marito ricco come l'armatore greco poteva offrirle». Ma il bisogno di protezione, in Jacqueline, ha radici che Learning rintraccia ben prima di Dallas. Sotto la patina dorata dei ricevimenti alla Casa Bianca e dei cocktail a Cape Cod, delle copertine per Life e McCall's, degli acquisti per 30mila dollari l'anno da Givenchy o Balenciaga, delle crociere in Costa Azzurra con Churchill e sulla Costiera Amalfitana con gli Agnelli – sullo sfondo di un'amministrazione kennediana, chiosa la biografa, la cui cifra «era il contrasto tra raffinatezza e dissipazione» – Jacqueline Bouvier era una donna fragile, bisognosa di circondarsi di consiglieri e angeli custodi: il giornalista John White, l'intellettuale esteta Jon Altorp, l'ex commessa di Los Angeles divenuta moglie di un magnate petrolifero Jane Wrightsman. «Era una donna innamorata. Amava sinceramente John, gli restò accanto anche nelle crisi più acute della sua carriera politica e della malattia: il morbo di Addison, che aveva forti ripercussioni sul fisico e minacciava l'immagine pubblica di vigore virile e sessuale cui il giovane presidente aspirava. Il suo errore più grande non fu l'ambizione, il desiderio di far parte della famiglia Kennedy, né la rinuncia alla carriera per la gabbia matrimoniale o la scelta di vivere con un «massimalista del sesso, determinato a trarre il piacere possibile dalla vita. Lo sbaglio più grande fu pensare di poter cambiare il proprio uomo», dice Leaming. L'illusione di molte donne innamorate.
Anche John F. Kennedy amava Jacqueline a modo suo, e amava moltissimo i figli, Caroline e John Fitzgerald Jr., ma soprattutto «era infatuato della persona che voleva essere e che anche Jackie avrebbe voluto amare: un marito e un padre modello», aggiunge la scrittrice. Per stare al fianco del presidente, irradiando un fascino che non mettesse in ombra il protagonista sul palcoscenico mondiale, oltre che dedizione ci voleva anche molta intelligenza. Jacqueline ne era indubbiamente provvista, ma viveva negli anni 60, era stata educata alla prestigiosa "fabbrica di mogli" Porter's School, era di buona famiglia (se pure decaduta) ed era quello che gli irlandesi cattolici Kennedy cercavano, la leva per ottenere il prezioso sostegno politico della high society di Washington. Nel 1963 Jackie aveva superato prove che avrebbero messo in crisi qualsiasi matrimonio. Tra i tradimenti più celebri, quello con la rampolla svedese Gunilla Von Post e con Marilyn Monroe, la cui miagolata versione di Happy Birthday, come scrisse la giornalista Dorothy Kilgallen, «fu come fare l'amore con il presidente in diretta davanti a 40 milioni di americani». «Ma io penso che il giorno dell'omicidio Jacqueline avesse già fatto pace con il passato e fosse decisa più che mai a restare accanto al marito». Anche per questo il trauma la dilaniò: «Jackie cominciò a manifestare tutti i sintomi del Dpts: flashback, iperattività, apatia, senso di colpa. In una lettera all'amico Altorp descriveva le "dighe" della memoria che rompendosi la stavano travolgendo, un'immagine usata spesso da chi ne soffre». Se fosse vissuta negli anni 80, quando lo stress post-traumatico ebbe un nome e una terapia, la sua storia sarebbe stata diversa? «Certo sarebbe stato più facile per lei affrontare i suoi demoni, non sarebbe stata attaccata tanto violentemente da società e media», conclude Learning. «Ma la cosa più importante è che non avrebbe dovuto farlo da sola. E forse la chiave per comprendere Jacqueline Bouvier Kennedy è proprio il suo coraggio nell'affrontare la solitudine».


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Pubblicato: 27.09.2015
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