New York: La seduzione e l'inganno del mito americano

New York: La seduzione e l'inganno del mito americano

Recensione apparsa sul Giornale di Brescia il 05 dicembre 2010

di Francesco Mannoni

A quasi dieci anni dal crollo delle Torri Gemelle, New York, è ancora la città che racchiude, nonostante tutto, l'universo intero, crogiolo di popoli e di razze che nel mito americano hanno trovato un'identità? Qual è, sotto questo profilo la vera grandezza della città?
Lo chiedo al prof. Mario Maffi, docente di cultura angloamericana all' università degli Studi di Milano, che alla mitica città americana ha dedicato un interessante e documentato libro, a metà strada tra il saggio e il reportage: NewYork - Ritratto di una città.

New York incarna ancora il «mito americano»?
New York è una città di grande fascino - conferma il prof. Maffi -. Ma è anche una città dura, spietata, e - come tutte le grandi metropoli - anche ingannevole, elusiva: una città di cui si rischia di conoscere solo alcune facce (per lo più, quelle rassicuranti e accattivanti) delle sue molte. Credo quindi che, prima di tutto, si debba sgombrare il terreno proprio dal «mito americano»: è quello che ho sempre cercato di fare con i miei lavori. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione e lo sviluppo dell'America del Nord e poi degli Stati Uniti sono avvenuti al prezzo della distruzione violenta delle società e delle culture indigene, di una barbarie chiamata schiavitù (e delle sue eredità fino ai giorni nostri) e dello sfruttamento intensivo di tutte le comunità immigrate via via succedutesi su suolo americano.

Eppure queste comunità sono state e sono tuttora formate da migranti che cercano il riscatto...
Non c'è dubbio che queste comunità, partendo da Europa, Asia, Sud America, abbiano guardato all'America come alla «terra delle opportunità» e a New York come la «città dalle strade lastricate d'oro»: ma il meccanismo che stava sotto a questo mito è stato sempre e comunque quello dello sfruttamento.

Che cosa hanno trovato in questa città i tanti emigranti che vi sono giunti?
L'identità che popoli e «razze» hanno trovato a New York è sempre stato qualcosa di complesso, contraddittorio, traumatico e doloroso. Non è mai stato un viaggio di piacere né un percorso lineare: è sempre stato un conflitto, aperto e irrisolto, da una generazione all'altra. E di tutto ciò si vedono i segni proprio in una grande città come New York: i quartieri degli immigrati, i ghetti, i disordini urbani, le vicende dell'immigrazione con le grandi lotte operaie e, molto spesso, la loro repressione feroce. Rappresentano la storia sconosciuta e rimossa dell'America e di New York.

Quindi, un mito che resiste nel tempo?
Certo, quel «mito» è duro da smantellare, continua a esercitare la sua possente attrazione: ma bisogna riuscire a vedere al di là delle apparenze e delle costruzioni ideologiche, per cogliere che cosa furono realmente i percorsi, i sentieri, le esperienze di chi arrivava negli Stati Uniti e a New York in particolare. «Ahimé, America!», era un ritornello comune fra gli immigrati, ebrei e italiani, dei primi decenni del secolo, espressione di sconforto e disillusione; e qualcosa di simile risuona anche oggi, nelle parole dei portoricani o degli asiatico-americani. Il segno di New York è la compresenza di elementi antagonisti, di esperienze violentemente dialettiche, e tutto ciò è metafora dell'America stessa: ed è questo che va riscoperto, lasciando perdere i luoghi comuni e le facili tentazioni.

Ha scelto New York come pretesto per raccontare una vicenda che riguarda l'America tutta?
La storia americana è una vicenda di conflitti aspri, spesso spietati, che vanno compresi nella loro vera realtà e non nella loro mitizzazione: la rivoluzione americana, la conquista del West, la guerra civile, le lotte operaie, il razzismo, la nascita delle grandi metropoli e dei ghetti, la Grande Depressione, il maccartismo, la condizione degli afro-americani, la situazione attuale, ecc. ecc. Di tutto ciò, New York è un esempio in nuce: scavando nella sua storia si può leggere la storia degli Stati Uniti.

Lei l'ha studiato: che popolo è quello americano, e quello newyorkese in particolare?
Non è un popolo, è un aggregato, una stratificazione di segmenti sociali e di classi diverse, e la struttura stessa della città lo rivela, lo testimonia («uptown», «midtown», «downtown»; i quartieri; i parchi e i giardini, ecc.), come lo testimoniano il suo sviluppo, la sua storia. E’ questo ciò che ho cercato di restituire nel mio libro, strutturandolo in capitoli che toccano questi vari aspetti, contraddittori e anche singolari, oppure soltanto dimenticati o rimossi, della storia passata e presente di New York: il sotto della metropoli, i villaggi dentro la città, i suoni e le immagini, le origini dei nomi dei luoghi, le permanenze del passato nel presente, le molte mappe che è possibile ritrovare (o ridisegnare o disegnare ex novo)...

Henry James, definì New York «indicibile». Ma è davvero così?
Indicibile forse no. Ma difficile da cogliere, sì. Per tutte le ragioni sopra esposte in maniera molto sintetica. Proprio qui sta d'altra parte la sfida: uscire dai percorsi obbligati del turismo, scoprire la città vera.

Di New York, città che l'attraeva in modo particolare al punto di viverci per parecchio tempo, cosa maggiormente l'affascinava?
Come gli altri luoghi, le altre geografie ricordate sopra, questi sono «luoghi della memoria», e la memoria va afferrata, scavata, riportata alla luce, e riproposta. Questo mi ha sempre affascinato e coinvolto.

Manhattan, città dentro la città, è il cuore o la testa di New York?
È solo una delle tante teste, delle tante geografia: ma poi c'è Brooklyn, c'è il Bronx, c'è Queens, c'è Staten Island, ci sono le altre parti meno note della città - tutte però con le loro storie e la loro memoria. Non è bene limitarsi a Manhattan: anche questa è una delle conseguenze negative del «mito».

A circa dieci anni dall'attentato alle torri gemelle, che cosa è rimasto alla città di quello shock? Tutto superato? Tutto dimenticato?
È difficile dirlo. Forse un lungo lavoro andrebbe fatto (e s'è cominciato a fare: un libro molto interessante al riguardo è «After the Trade Center», a cura di Michael Sorkin e Sharon Zukin) anche qui, per separare quello che è il discorso pubblico, ufficiale, retorico, politico, e il modo in cui le tante componenti diverse della città hanno reagito o reagiscono, ricordano o rimuovono. Di nuovo, si tratta di scavare nella sostanza reale e viva della città, e non fermarsi alla superficie.


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Pubblicato: 13.12.2010
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