Bob Dylan sul Venerd́ di Repubblica

Bob Dylan sul Venerd́ di Repubblica

VERSI D'ASSALTO: QUANDO IL POETA TAGORE LITIGO' CON IL DUCE
Recensione apparsa su Il Venerdì di Repubblica, il 28 Agosto 2011

Al Festival di Mantova si celebrano due anniversari del nobel indiano della letteratura con una lettura nuova dei suoi rapporti con la politica che, di rima in rima, coinvolge Bob Dylan

di Pietro Melati

Da Tagore a Dylan il passo è breve. Giusto il tempo di raggiungere Mantova (7-11 settembre, quindicesimo Festival della letteratura, 295 eventi e 80 location). E qui incontrare Brunilde Neroni, insignita della Ruota dell’India, massima onoreficienza orientale, per aver tradotto direttamente del bengali e dal sanscrito diciotto libri del poeta indiano premio Nobel nel 1913 («volevo superare le traduzioni del pomposo inglese di quel tempo»). E subito dopo andare ad ascoltare Greil Marcus, tra i fondatori della rivista Rolling Stone, giornalista de The Village Voice, accademico e musicologo, la maggiore autorità vivente sul menestrello del Novecento.
Ci si ricorderà così che il «bacino di utenza» di Tagore e Dylan è stato sociologicamente lo stesso. Colpa dello scrittore tedesco Herman Hesse (anche lui nobel nel ’46) che, dopo aver fatto conoscere Tagore a una generazione postcoloniale di europei, costrinse a infilare quelle poesie negli zainetti anche a una generazione successiva, che ascoltava Dylan e mandava a memoria il suo Siddartha.
L’occasione per riunirli c’è tutta: anniversari (150 anni dalla nascita e 70 dalla morte per Radindranath Tagore. I 70 anni compiuti nel maggio scorso per Dylan). Ma ci sono soprattutto nuove letture. Tutte politiche. Tagore e politica. Si è detto di tutto. A volte contrapposto, quale mediatore con gli inglesi, al Gandhi «disobbediente civile», altre accusato di intesa col fascismo italiano. Nel ventennio, il poeta indiano era molto popolare in Europa. Ma Tagore, ricorda Brunilde Neroni, non era Céline. E spiega: «Nel 1925 Mussolini lo invitò all’Opera di Roma, dove si rappresentavano le sue opere. I giornali scrissero che era vicino al regime. Ma pochi ricordano che pretese di incontrare Benedetto Croce. Si videro in giugno al bar Gambrinus di Napoli. Lui andò in auto e rientrò a Roma in treno. Mussolini si arrabbiò. Poi in Svizzera attaccò il fascismo». E in quell’occasione, il duce replicò sul Popolo d’Italia: «Che c’importa di Tagore… un tizio unto e insopportabile».
Figlio di un bramino, Tagore è amato in India per aver speso il suo patrimonio in strade, scuole e ospedali. Si battè contro la discriminazione femminile. In febbraio la casa editrice Guanda pubblica una autobiografia (My life in my words) che farà definitiva chiarezza sul Tagore politico. E intanto, ancora per Guanda , esce Massime per una vita armoniosa il suo «breviario» filosofico.
E Dylan? Anche su di lui Mantova offre novità. Greil Marcus (nel suo
Bob Dylan. Scritti 1968-2010 inediti in italia, curato per Odoya da Riccardo Bertoncelli) non si sofferma sui mitici inizi ma sugli ultimi, più sconosciuti anni, In particolare su una notte, quella dell’elezione di Obama. Dylan era a Minneapolis dove intonò The Times They Are A-Changin in un modo del tutto inconsueto, quasi gospel.
Di lui, dice Marcus, ogni volta che getta una cicca per terra si corre a raccoglierla, per chiedersi cosa voglia dire. E in genere qualche profezia da poeta salta fuori davvero. Stavolta ha detto: i tempi cambiano di nuovo, io non mi illudo più, ma voi state attenti. Perché, ancora una volta, il mondo sta cambiando.

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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 01.09.2011
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