Bob Dylan su Alias

Bob Dylan su Alias

BOB DYLAN SOTTO TIRO
Recensione apparsa su Alias il 12 Novembre 2011

di Giovanni Vacca

Il «menestrello di Duluth», in tour in Italia con Mark Knopfler (oggi al Palalottomatica di Roma e lunedì al Forum di Assago), visto dal critico Greil Marcus, nel volume Bob Dylan. Scritti 1968-2010. Articoli, recensioni e saggi sull’autore di «Hurricane».

«Come ha fatto Hibbing, nel Minnesota, una cadente città mineraria in mezzo al nulla, a generare uno come Bob Dylan?». «Se foste stati a Hibbing sapreste perché Bob Dylan è uscito di lì. Ci sono ancora dei bar dove le discussioni cominciate cent’anni fa tra socialisti e sindacalisti, e tra comunisti e trotzkisti, sono ancora in corso». Difficile dire se qualche eco di quelle discussioni resti ancora nei pensieri e nelle azioni di Dylan; intanto con il prezioso apporto di Mark Knopfler, l’enigmatico e sfuggente musicista statunitense è in questi giorni di nuovo in tour in Italia (dopo le date di Padova e Firenze, stasera sarà di scena al Palalottomatica di Roma e il 14 al Mediolanum forum di Assago). Dylan che si rifiuta di apparire all’Ed Sullivan Show perchè gli censurano una canzone antifascista e Dylan che accetta la censura del governo cinese per esibirsi nel Paese dei draghi, Dylan che diventa il paladino della protesta giovanile e Dylan che rinnega le sue canzoni di impegno politico; Dylan sostenitore dello stato di Israele e Dylan convertito al cristianesimo, Dylan idolatrato e Dylan scontroso sul palco, Dylan che esalta il gangster Joey Gallo e Dylan che cede le sue canzoni più importanti alla pubblicità… Se Dylan, dunque, è stato probabilmente l’artista più controverso e inafferrabile che sia mai apparso nel mondo della popular music, Greil Marcus è stato certamente quello che lo ha braccato più da vicino, che lo ha meglio decodificato, che lo ha fatto arrabbiare e costretto a reagire discutendone criticamente il lavoro e non cercando nel suo bidone della spazzatura qualcosa da aggiungere a una biografia, come altri hanno fatto. Di colui che, secondo John Lennon, «mostra la strada», il celebre critico ha per anni analizzato i rapporti con la storia e la cultura americana, aprendo nuove prospettive di lettura a un’opera che resta tra le più significative del Novecento musicale.

È dunque senz’altro da segnalare la pubblicazione di questo ponderoso volume,
Bob Dylan. Scritti 1968-2010 (Odoya, 476 pagg. 30 euro), in cui Marcus mette ordine in tutti gli articoli, le recensioni e i saggi critici che ha pubblicato sul grande folk singer statunitense fanno eccezione, ovviamente, i due libri specifici, quello importantissimo sull’album The Basement Tapes, chiamato a volte La repubblica invisibile e a volte Quella strana vecchia America e quello sulla canzone Like a Rolling Stone, dal titolo omonimo): si parte con i ricordi del suo primo incontro con l’artista, nel 1963, al termine di un concerto di Joan Baez dove Dylan si esibì ancora sconosciuto, si indaga il contesto culturale delle origini (le frasi che abbiamo citato in apertura sono decisamente significative) e si giunge agli ultimi due decenni, ai quali è dedicata più della metà del libro. Ed è in particolare agli ultimi tredici anni che Marcus si applica; la cosa può sorprendere, perché di Dylan si ricorda soprattutto la prima fase della vita artistica, e la rivoluzione che provocò, mentre si tende ad ignorare il lavoro più recente. Marcus, invece, la pensa diversamente perché, afferma, «quel che ha fatto in questi anni ha rimesso nuovamente in gioco tutta la sua opera precedente»: nella sua idea, infatti, la ripresa della canzone popolare americana fatta con i due dischi dei primi anni Novanta Good as I Been to You e World Gone Wrong, segnò un decisivo punto di svolta nella carriera del cantautore e «trasformò i successivi due decenni in campi in cui qualsiasi cosa era possibile».

Tra le due fasi della vita di Bob Dylan, dunque, quella folk rock dei primi anni Sessanta e quella degli ultimi anni, non propriamente osannati dalla critica, scorre la prosa ritmata e torrenziale dell’autore, con la sua ironia, le sue intuizioni, le sue sofisticate analisi capaci di seguire le canzoni del menestrello del Minnesota fin nei più intimi recessi della weltanshauug americana. Il libro però, va detto, non è un’introduzione a Dylan e presume una più che buona conoscenza del lavoro di quest’ultimo: solo così, infatti, è possibile far sì che le idee di Marcus si rivelino nella loro originalità e coglierne i frutti copiosi, perché i fili che egli tesse attorno ai testi ed alle musiche di Dylan, da anni candidato al Nobel per la letteratura, sono spesso intricati e si dipanano in direzioni che richiedono già di per sé ulteriori approfondimenti. Un esempio può essere la suggestiva interpretazione della canzone Desolation Row, a partire dal celebre quadro di James Ensor, oppure le stimolanti riflessioni sull’album Time Out of Mind, per non parlare dello scavo costante che il critico fa delle fonti stesse di Dylan, dal blues alle murder ballads della celebre Anthology of American Folk Music, quella serie di registrazioni di vecchi brani dei primi del Novecento che costituì un punto fermo per il folk revival anglosassone e di cui Marcus rimane forse il miglior commentatore (ne discusse ampiamente nel suo libro sui Basement Tapes che abbiamo citato). Intorno a Dylan, poi, gira ovviamente non solo il folk ma tutto il mondo del rock e del pop della sua epoca, con i Beatles, gli Stones, Springsteen, The Band, Jimi Hendrix, Van Morrison e molti altri. Certo Marcus non è un musicologo, e dal punto di vista strettamente musicale le sue analisi sono puramente impressionistiche («note piccolissime e modeste strisciano fuori dalla chitarra come girini, nuotando in cerca della propria melodia») ma il suo lavoro sugli aspetti culturali è spesso impagabile.

Non su tutto si è poi d’accordo, ovviamente: fu Street Legal, per esempio, un disco davvero «terribile», con brani memorabili come Changing of the Guards e Señor (Tales of Yankee Power) e la sua seducente veste gospel? E fu Hard Rain «il peggior album autorizzato di Dylan», quello dove i musicisti «non suonano ma cozzano l’uno contro l’altro»? Ed è possibile che di un ellepì strepitoso e unico come Desire si parli poco o niente e che l’incredibile Hurricane, una delle composizioni più belle di Dylan venga citata una sola volta? Marcus, insomma, procede col machete: taglia, seleziona, omette a suo insindacabile giudizio e questo è comprensibile facendo anche la ricchezza e l’autorevolezza del volume, libro critico nel senso pieno della parola. E «critico», Marcus lo è davvero, e di quelli terribili: la sua recensione sull’album Self-Portrait, per esempio, con il suo celebre incipit («che cos’è questa merda?»), è rimasta celebre e il lettore la ritroverà anche qui, subito all’inizio della prima parte, insieme a pareri poco lusinghieri da parte di qualche celebre collega («Bob non è affatto autentico. È un plagiatore, e il suo nome e la sua voce sono finiti. Tutto quello che riguarda Bob è un inganno». Joni Mitchell, intervistata dal Los Angeles Times). In un lavoro di tale mole è evidente che non tutte le pagine possono ripagare il lettore in ugual misura ma l’appassionato non avrà di certo a pentirsi del tempo investito, perché l’originalità con cui tutto questo materiale viene trattato è tale da meritare lo sforzo che pur richiedono le oltre quattrocento pagine del libro. Da segnalare inoltre, vista la rarità della cosa, che questo è un volume che in termini strettamente editoriali è di quelli che non si fanno da tempo: rilegato con sovraccoperta, con un’ottima qualità della carta, addirittura con un segnalibro in tessuto cucito nella legatura. Un libro che, solo per questo, poteva costare molto di più.


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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 22.11.2011
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