Ciao Lucio

Ciao Lucio


L’introduzione al libro 1975 un delitto emiliano (graphic novel di Alberto Guarnieri e Emilio Laguardia) è l’ultimo testo pubblicato a firma Lucio Dalla, si tratta di un ragionamento sui suoi ricordi degli anni di piombo, una riflessione sulla musica, la cultura, la politica e la società di quel periodo di luci ed ombre.
Lo pubblichiamo come ricordo di Lucio, grande autore e grande artista.


Gli anni di piombo, le canzoni che scrivevo con Roberto Roversi, il delitto Campanile.
Tre temi di grande importanza che la lettura di questa storia mi ha rimesso di fronte e che adesso provo a ripensare.
Ma anche sforzandomi, anche con l’aiuto di tutta la memoria collettiva alla quale partecipo, credo in fondo che, pur chiamandoli anch’io così, gli anni di piombo non abbiano mai avuto per me questa accezione così greve. Mi sembra che allora, anche nel modo di vivere le cose che riguardavano il sociale, e quindi l’ideologia, e quindi la politica, ci fosse, forse in maniera sbagliata ma ci fosse, una grande energia sia da una parte che dall’altra.
C’era una forte mobilitazione delle coscienze, che ti faceva vivere e sperare, al di là dei grandi sbagli che pure si facevano. Quasi una naturale predisposizione a valutare le cose attraverso il sociale, il collettivo. Non c’era uno ma c’erano molti, una società che si muoveva.
Erano anni a rischio ma comunque anni importanti dove l’uomo, non la massa, gli esseri umani si mobilitavano, si mobilitavano veramente. C’erano idee che avevano anche un valore rigenerativo.

Quando sento dire anni di piombo, io ripenso immediatamente e drammaticamente a quel periodo, a quanto accaduto in particolare nel 1980 a Bologna, la mia città. Dove avevo e ho tuttora amici da una parte e dall’altra, e dove insieme abbiamo vissuto episodi drammatici.
C’era allora una forte contrapposizione anche all’interno della sinistra, a Bologna in particolare, estesa a tutta l’Emilia. Però la vita si muoveva, non c’era questa mediocrità a tutti i livelli che si vive oggi, specie quando si parla della cosa pubblica, dell’interesse comune. Ecco, queste sono parole che oggi non hanno più valore. Per cui dei cosiddetti anni di piombo non resta più nemmeno la parte positiva che era ad esempio la generosità, un atteggiamento oggi non più ammissibile. Sembra quasi che tu non sia desiderato quando ti presenti a fare una cosa, che gli individui siano quasi sempre uguali, che non ci sia più alcun tipo di mobilitazione spontanea, solo quella indotta. Oggi c’è quello che chiama la gente ai comizi, ti arriva la roba a casa: insomma, non c’è più la politica, e se la vuoi trovare bisogna che la cerchi tra le righe. In quegli anni, con tutti i difetti e le tragiche conseguenze, c’era la partecipazione collettiva.

Mi ha fatto molto piacere scoprire che in questo Delitto emiliano, e nella storia “vera”, io sia stato scelto tra tanti bravi cantautori per il gran concerto che chiude il fumetto, perché nelle mie canzoni ci sono parole ma anche molta attenzione alla musica. Ecco, quella era proprio la mia ricerca. Io allora non mi sentivo integrato nel movimento, anche perché provenivo da un’altra epoca, da epoche precedenti. Se devo criticare semplicemente l’estetica della musica che veniva utilizzata, dico che era a volte un’estetica forzatamente pauperistica. La musica era lasciata in un angolo, mentre io volevo fare una canzone con dei contenuti sì, ma anche con uno schema musicale che fosse antagonista alla banalità, all’apparato pop di allora, ed è questa una delle ragioni per cui lavoravo con Roversi. Quindi nessuna concessione alla crudezza a tutti i costi, allora obbligatoria.
Mi ricordo, a proposito, che in quel periodo facevamo molti spettacoli per il Cile, uno in particolare era stato organizzato da Lotta Continua in occasione del golpe; c’erano musicisti da tutte le parti con cui entrai in polemica. Rifiutavo quell’estetica forzata per cui bisognava fottersene della musica perché contavano solo le parole. Addirittura c’era uno spagnolo che aveva una chitarra molto costosa, una Martin, e la stonava per renderla povera. Questo pauperismo cercato a tutti i costi era una delle cose più ingombranti e negative. Invece io volevo fare una musica di ricerca, pur nell’ambito della canzone popolare.
Ho sempre cercato di non essere retorico, di dare il meglio del mio essere musicista d’avanguardia al servizio anche di una riunione politica.
Gli inni non mi sono mai piaciuti, non mi piacciono neanche oggi. Ho un grande rispetto per il nostro inno nazionale, “Fratelli d’Italia”, perché ha un valore storico, perché è stato scritto da uno che è stato ammazzato due giorni dopo, però non ha una componente musicale fine a se stessa. E io ho sempre pensato che anche la musica di lotta o di protesta dovesse avere una sua ricerca. Mi sembra più musica di lotta Stravinskij che una sgangherata marcetta. Ecco perché ho trovato molto azzeccato il testo del fumetto.

Mi sono battuto proprio per quello. Facevo concerti, spesso ho lavorato con Fo (un’altra presenza in questa storia) alla Comune, sono stato attaccato perché ero “complicato” nella visione di allora della musica che doveva essere utilizzata per fare politica. Però mi sono sempre sforzato di non complicare le canzoni per il gusto di complicarle, ma per dare un prodotto che fosse antagonista a tutta la merdazza che c’era dalle altre parti. Senza pregiudizi o snobismi.
Il sogno di Roversi era quello di portare una sua canzone a Sanremo, proprio per occupare uno spazio. Una canzone con dei contenuti, con una dinamica che fosse anche sociale. Ne mandammo una, che fu regolarmente rifiutata.
Nel 1977 cominciai a scrivere da solo i testi delle canzoni, anche se Roversi è sempre rimasto un punto di riferimento: un amico e maestro. Nel “Cucciolo Alfredo” torna molto di quanto ho appena raccontato, soprattutto in una strofa che ha fatto tanto discutere: «La musica andina che noia mortale, sono più di tre anni che si ripete sempre uguale». Ma quella canzone è qualcosa di più, che si lega in modo sorprendente alla storia che state per leggere. È nata perché conoscevo gente da una parte e dall’altra.
Mi inteneriva questa mancanza di precauzione con la quale i giovani vivevano allora. Venivano conquistati anche dal luccichio delle idee, da una forma di violenza che poteva sembrare, e magari era, gratuita e fine a se stessa. Che non portava a nulla se non alla contrapposizione spesso irrazionale. Scrissi “Il cucciolo Alfredo” anche per recuperare una libertà semantica di gesti e di parole che si era persa perché sovrastata dal peso dell’ideologia forzata.

Bologna ha avuto quella settimana terrificante del 1977: io sono rimasto chiuso in casa per tutto quel tempo. Abitavo fuori dal centro e sentivo cosa succedeva dalla mia terrazza, ero in contatto con gli amici. Poi sono andato una volta in via Zamboni, all’università, per rendermi conto, e lì vidi dei carri armati. Non eravamo preparati, né tantomeno adatti ad affrontare quella realtà. C’erano gli Indiani metropolitani, c’erano i gruppi che venivano da Roma, la situazione era tesa, ma in realtà sembrava quasi una messa in scena. Non era il naturale sgorgare di una protesta con un significato visibilmente politico, ma una rappresentazione quasi grottesca. Ci fu il saccheggio di un ristorante, fu svuotata un’armeria.
E una sera la canzone venne fuori così: avevo fatto tardi e stavo aspettando degli amici “da Vito”, dove ci ritrovavamo tutti; vidi passare un tram con uno dentro che sembrava più scalcagnato di un marocchino. Da solo, in questo interno del tram, aveva tutta l’estetica dell’autonomo e mi ha fatto tenerezza perché ho pensato alla sua grande allegria nelle manifestazioni e alla solitudine quando poi si trovava da solo. La solitudine fisica dico, non mentale. Si era praticamente sempre in gruppo, c’erano le comuni, le grandi masse, ma si era anche soli nonostante questo supporto dell’impegno politico-sociale. Come Adelchi-Alceste la sua ultima notte.

Io sono stato molto toccato, in quel tempo lì, da idee e atteggiamenti sia nei confronti della mia parte sia nei confronti della parte nella quale non mi riconoscevo. Mai di chiusura, però. C’era allora questo atteggiamento di curiosità, volevi scoprire cosa pensava uno di destra, quali erano le ragioni per cui si contrapponeva, cos’era che non gli piaceva. C’è stata veramente una grande officina in quegli anni, che io, lo ripeto, non liquiderei semplicemente chiamandoli “anni di piombo”, perché lì è tutta merda. C’è stato invece anche qualcosa di importante.

Ricordo che venni a fare quel concerto. La sera prima (non la stessa come nel fumetto) morì Alceste e mi dissero che sul palco doveva esserci anche lui. Così, alla fine, dissi che non volevo soldi. Ma non è un merito che rivendico, di concerti gratis ne facevo tanti. È un atteggiamento che ho conservato anche adesso, a parte la politica che mi interessa sotto certi aspetti meno di allora ma sotto altri molto di più. Chiunque mi chieda di cantare gratuitamente, se posso lo accontento. Perché mi piace cantare e mi piace far musica, non perché sono buono. Leggendo questa storia, sono tornato a riflettere sull’omicidio di Alceste Campanile. Una storia che vissi molto male, non riuscivo a capire, come tutti, nemmeno come si erano svolte le cose. Il dato drammatico è ovviamente che lui morì. Non ricordo bene come fossero divise le varie interpretazioni, che soluzioni si riuscisse a dare al delitto, ma non venne mai escluso il dubbio che potesse essere avvenuto per un fatto banale. Passati quei tempi, vediamo come muore la gente oggi: per delle stronzate. La vita proprio si diverte a mischiare le carte e a creare confusione. Io non so cosa stanno a fare, col grande rispetto che porto per loro, i Ris e la polizia. Ma ci fosse almeno un episodio chiaro, non si capisce niente... Alceste, Sarah e Yara eccetera.
Credo allora che più forte della spiegazione dei fatti ci sia la grande filosofia della morte che, quando arriva, arriva da una parte e dall’altra. Si muore veramente come un dolce settembre che alla fine poi muoriamo tutti. È anche stupido criminalizzare la morte dando dei significati ogni volta diversi a seconda della tua posizione. Nel nostro caso è una delle tante morti inspiegabili. Può essere successo di tutto, quindi può avere un sapore politico o sentimentale.
Quel delitto, quando Alberto me ne ha parlato la prima volta, per me è stato come per un pugile sentire un gong. Perché mi ha richiamato a una mobilitazione emotiva che se ancora dopo tanto tempo funziona vuol dire che il fatto fu clamoroso. Io sono molto legato a Reggio Emilia per ragioni anche quelle misteriose, un po’ per la Bandiera, sembra una cazzata però è così, un po’ perché è vicino a Bologna ed è una zona che frequentavo quando ero molto giovane. Appena presa la patente andavo sempre da quelle parti, giravo, mi piaceva la campagna e la storia della città. Lì vidi per la prima volta Uccellacci e Uccellini, un film che poi ho rivisto almeno 25 volte.
Vivevo allora un certo aspetto dell’emilianità che si è perso: è stato sciolto il legame che c’era tra la gente e un modo di intendere la politica, più che di farla. La si sentiva dentro: l’animosità, i fratelli Cervi, la Resistenza, l’antifascismo. E il fascismo anche, che aveva dei risvolti affascinanti. Mi ricordo quando vidi Novecento di Bertolucci, mi colpì anche l’atteggiamento complessivo del regista, e ritrovare Adelchi-Alceste tra gli attori mi ha fatto pensare a un sentire comune. Diciamo che c’è stato un nucleo di vita che mi fa molto piacere venga ripreso in questa storia, riletto in un modo diverso e soprattutto libero anche dagli slogan e da una lettura di parte prettamente politica o settoriale. 1975. Un delitto emiliano è più un’analisi storico-visiva. Il mezzo fumetto lo consente e consente anche di liberarsi un poco.
Abbasso gli slogan, sempre.

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1975, un delitto emiliano

Pubblicato: 13.03.2012
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