Bob Dylan su Jam

Bob Dylan su Jam

IL MIO BOB
Recensione apparsa su Jam di Settembre 2011

Prospettive d'autore: Greil Marcus racconta il suo Dylan

di Antonio Lodetti

Al ragazzino del Minnesota piaceva il rock’n’roll. Cominciò a suonare in improbabili gruppi come gli Shadows Blasters e i Satin Tones; comprò persino un giubbotto di pelle rosso come quello di James Dean e una Harley (che guidava piuttosto maldestramente), ma poi gli idoli ribelli del rock cedettero il passo a quelli dalla faccia pulita come Ricky Nelson, e lui se de andò all’università del Minnesota, buttò la giacca e ne indossò una di tweed presa all’Esercito della Salvezza e prese a cantare nei club folk. Era giovane, acerbo e colpiva qui e là, sarebbe passato del tempo prima che diventasse Bob Dylan. Il Dylan che, tra una ballata e un vaticinio, ha compiuto 70 anni in maggio in un sabba di omaggi e tributi il più importante dei quali uscirà però il 10 settembre, presentato al Festival della Letteratura di Mantova. Sarà Bob Dylan. Scritti 1968-2010 (Odoya) di Greil Marcus, esperto di rock che – con Lester Bangs, Cameron Crowe e persino Truman Capote – ha trasformato la critica rock in genere letterario. Marcus (che in Lipstick Traces [Tracce di rossetto] utilizza le correnti culturali degli anni ‘20 e ’30) per spiegare il punk racconta dadaismo e ci dà in anteprima il suo rapporto da Bonnie e Clyde con Dylan.

Del Dylan degli esordi con Satin Tones e band del genere non dovrebbero esserci tracce...
«E forse è meglio così. All'epoca Dylan era un ragazzino presuntuoso che cercava di imitare Elvis, meglio lasciare quell'immagine dov'è
».

Anche con Guthrie non era un fenomeno
.
«Era incuriosito dal folk, era la sua droga e Guthrie e Seeger i suoi profeti. Del Dylan privato non si può dire che non sia caparbio. Ha sempre ottenuto ciò che voleva
».

Quando vi siete incontrati la prima volta?
«Nel ’63, a un concerto di Joan Baez nel New Jersey. Lei lo invitò sul palco, io non l’avevo mai sentito nominare, ma alla fine andai a congratularmi e a dirgli che era formidabile. Lui invece non era soddisfatto della sua performance e aveva l’aria molto seccata. Poi capii che era il suo modo di fare».

Lui stroncò la carriera di Joan Baez?
« Non saprei, lei aveva una grande voce ma non scriveva canzoni; lui ne ha composte migliaia, lì sta la differenza».

Al Greenwich Village lui era l’ultimo arrivato, c’erano tanti grandi cantautori, come spiega la sua esplosione?
«Phil Ochs avrebbe potuto essere il simbolo di quella generazione, ma non era ambizioso. Invece Bob quella volta in New Jersey cui accennavo fu shoccante. Cantò With God On Our Side che era un libro di storia riscritto con ironia, distacco, malinconia, disincanto. Così ciò che pensavamo di sapere, attraverso la sua voce tornò indietro cambiato, diverso. Le mie certezze vacillarono, non mi era mai accaduto».

Insomma facciamo un santino di Dylan?
«No, per esempio Blowin’ In the Wind – anche nella cover di Peter Paul & Mary – dava l’idea di un brano sdolcinato, banale, che chiunque avrebbe potuto scrivere. Non piaceva a nessuno e anche Tom Paxton la definì una specie di lista della spesa».

E la sua famosa recensione di Self Portrait, che iniziò con la frase “che cos’è questa merda”?
«Un inizio efficace che sintetizzava ciò che tutti dicevano dell’album».

E Bob come la prese?
«Disse ad un giornale: Greil è pieno di merda».

Siete amici?
«Penso di sì per quanto lo si possa essere con uno chiuso come Bob; ci rispettiamo. Lui parla poco, si affida alla musica anche se ultimamente è cambiato, fa il deejay, è più mondano».


Cosa gli rimprovera?
«E’ un grande che a volte ha sritto musica orribile; ha avuto cadute inspiegabili di cui non ha mai voluto parlare».

L’incidente in moto, la droga devono averlo segnato.
«L’incidente l’ha profondamente segnato, pensavamo non sarebbe più tornato».

Molti sostengono che a un certo punto Dylan abbia abbandonato l’impegno e si sia chiuso in una torre d’avorio.
«Solo uno stupido può dirlo. Forse Bob s’è ritirato dalla scena attiva; ma tutta la sua opera è politica, nel senso che è cronaca commentata del suo tempo. Bob Dylan’s 15th Dream e Ain’t Talkin’ sono brani di protesta migliori di Blowin’ in the Wind».

Detto da lei, che ha poca considerazione degli hippies e dei loro guru Jerry Rubin e Abbie Hoffman.
«Gli hippies erano stupidi Hoffman e Rubin erano carrieristi che volevano solo divertirsi con le ragazze».

Recentemente in Cina ha accettato di cambiare la scaletta o quanto meno di sottoporla ad approvazione.
«L’importante è che il suo messaggio sia arrivato comunque a quella gente con brani forti. Tranne qualche capolavoro assoluto, i brani di Bob sono tutti grandi».

Con la svolta elettrica ha rivoluzionato il folk.
«Il suono accoppiato alla parola. Like a Rolling Stone è un manifesto sconvolgente. Quando la propose al festival di Newport, con gli amplificatori a tutto volume, il pubblico del folk non era ancora pronto ma lui proseguì per quella strada che in seguito avrebbero seguito tutti».

E il passaggio alla fede cristiana?
«Chi scrive canzoni si fa mille domande e trova risposte su strade impreviste. Slow Train Comin’ e Saved hanno pagine di ottimo gospel. Lui ha indagato tutti gli aspetti dell'io, della coscienza, dell'essere e naturalmente si è posto il problema di Dio».

Ma finanziò l'esercito di Israele?
«Come fare a saperlo? Gireranno sempre mille voci su Dylan, io preferisco concentrarmi sulla musica».


Ovvero Dylan è un poeta?
«No, un cantautore, e c’è una bella differenza. E' uno che cerca di cambiare le coscienze e la gente, e ci riesce. Chi ne parla male oggi dimentica la marcia per la pace con Martin Luther King o l'impegno di quei tempi. E' passato un secolo, ma chi è impegnato ancora oggi?».

Chi è Dylan oggi?
«I suoi brani oggi come ieri volano non si sa dove, incontrando chissà chi ma continuano a cambiare la gente, e nessuno conosce il segreto di ciò».


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Bob Dylan di Greil Marcus (Odoya editore)

Pubblicato: 16.09.2011
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