Catalogo Storia Storia contemporanea L'Aviazione italiana. 1940-1945
Collana: OL - Odoya Library Numero di collana: 298 Isbn: 978-88-6288-451-8 Pagine: 648 Formato: copertina flessibile con alette Misure: 15.5 x 21 cm Data di pubblicazione: 2018 Prefazione: Gregory Alegi Autore: Mirko Molteni

L'Aviazione italiana. 1940-1945

Azioni belliche e scelte operative

Mirko Molteni

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26,60€ 28,00€

Per lunghi e sanguinosi anni, aerei ed equipaggi italiani hanno affrontato nemici troppo potenti, sostenendo uno sforzo disumano grazie a un coraggio e a un senso del dovere che paiono oggi incredibili: uniche risorse capaci di sopperire all’arretratezza dell’Italia al confronto con colossi come Impero Britannico, Stati Uniti e Unione Sovietica.
Gli aviatori italiani fecero miracoli con vecchi biplani Fiat contro gli Hurricane della RAF, si lanciarono con improvvisati ma efficaci aerosiluranti Siai-Marchetti contro massicce navi da guerra. E a un passo dal crollo finale, seppero affrontare con sparuti caccia Macchi e Reggiane le possenti Fortezze Volanti americane che demolivano le città del Belpaese.
Dopo il maldestro armistizio dell’8 settembre 1943, un nuovo dramma: la divisione dell’aviazione sui due versanti della penisola. La Regia al Sud, a fianco degli anglo-americani, e al Nord l’effimera Aeronautica Repubblicana, a seguire le sorti ormai segnate di Mussolini. Commilitoni divisi da una diversa valutazione degli eventi, ma tutti accomunati da un sincero amore per il proprio Paese.
Durante la Seconda guerra mondiale l’Italia poté costruire poco più di 10.000 aerei, una piccola flotta rispetto ai 100.000 degli alleati tedeschi, ai 120.000 britannici e ai ben 280.000 americani. Pochi furono quelli di tipo moderno, arrivati al fronte troppo tardi per sperare di mutare le sorti.
Dalle desolazioni sabbiose della Libia alle vallate dell’Albania, dalle steppe innevate della Russia ai cieli familiari di casa, l’aviazione italiana si sacrificò oltre i limiti del possibile, stretta in una morsa senza scampo.


DAL LIBRO

"I piloti italiani fanno miracoli. Gli apparecchi da ricognizione sono vecchi caproni inermi e lenti, micidiali per chi ci vola. Gli aerosiluranti, empirici e rudimentali. Le uniche cose vive sono il valore e il coraggio dei piloti. Un nostro aviatore si rifiuterebbe di decollare con quegli apparecchi che qui chiamiamo a ragione Totenbaren, casse da morto."
- Erwin Rommel, la "Volpe del Deserto" -


"Gli sparai ai motori e si incendiò. Io miravo sempre ai motori per cercare di non uccidere gli aviatori avversari, ma purtroppo molti altri miravano proprio alla cabina di pilotaggio. Dal bimotore in fiamme vidi lanciarsi due uomini col paracadute. Ero contento che si fossero salvati e mi misi a circuitare per salutarli mentre scendevano. Vidi però che alzavano le mani spaventati e non ne capii il perché. Il comandante me lo spiegò poi a terra. La propaganda inglese inculcava agli equipaggi della RAF che noi italiani solevamo mitragliare i piloti inermi che si paracadutavano. Ovviamente non era vero…"
- Sergente Emilio Piva, 395° Squadriglia di caccia Fiat G.50, narra l’abbattimento di un Blenheim inglese (fronte Greco-albanese, 1941)


"Ci guardammo e reciprocamente sentimmo il desiderio di vederci a viso scoperto. Ci togliemmo la mascherina dell’ossigeno e tirammo indietro gli occhiali da volo. Ora ci vedemmo perfettamente, io avevo i baffetti scuri, lui quei baffi morbidi, con le punte in giù, biondi, tipici dello sportman inglese. Entrambi, nel modo più naturale, con un gesto della mano ci salutammo.
- Tenente Giuseppe Ruzzin

"Tenendomi esattamente fra la formazione che avanzava e il sole, ero esposto praticamente soltanto al tiro delle armi di prua dei primi tre bombardieri. Ma fu solo questione di attimi, perché vidi pochi traccianti passarmi vicino mentre puntavo proprio il capoformazione. Il quadrimotore ingrandì rapidamente nel mio parabrezza e, mentre aprivo il tiro alla distanza utile di 300 metri, mi sembrò insopportabilmente enorme. La collisione mi parve inevitabile…"
- Tenente Ezio Dell’Acqua, 22° Gruppo di caccia Macchi MC.202, ricorda quando si scagliò contro uno stormo di Fortezze Volanti B-17 (Italia meridionale, 1943)

Nessun sommario presente.

Per lunghi e sanguinosi anni, aerei ed equipaggi italiani hanno affrontato nemici troppo potenti, sostenendo uno sforzo disumano grazie a un coraggio e a un senso del dovere che paiono oggi incredibili: uniche risorse capaci di sopperire all’arretratezza dell’Italia al confronto con colossi come Impero Britannico, Stati Uniti e Unione Sovietica.
Gli aviatori italiani fecero miracoli con vecchi biplani Fiat contro gli Hurricane della RAF, si lanciarono con improvvisati ma efficaci aerosiluranti Siai-Marchetti contro massicce navi da guerra. E a un passo dal crollo finale, seppero affrontare con sparuti caccia Macchi e Reggiane le possenti Fortezze Volanti americane che demolivano le città del Belpaese.
Dopo il maldestro armistizio dell’8 settembre 1943, un nuovo dramma: la divisione dell’aviazione sui due versanti della penisola. La Regia al Sud, a fianco degli anglo-americani, e al Nord l’effimera Aeronautica Repubblicana, a seguire le sorti ormai segnate di Mussolini. Commilitoni divisi da una diversa valutazione degli eventi, ma tutti accomunati da un sincero amore per il proprio Paese.
Durante la Seconda guerra mondiale l’Italia poté costruire poco più di 10.000 aerei, una piccola flotta rispetto ai 100.000 degli alleati tedeschi, ai 120.000 britannici e ai ben 280.000 americani. Pochi furono quelli di tipo moderno, arrivati al fronte troppo tardi per sperare di mutare le sorti.
Dalle desolazioni sabbiose della Libia alle vallate dell’Albania, dalle steppe innevate della Russia ai cieli familiari di casa, l’aviazione italiana si sacrificò oltre i limiti del possibile, stretta in una morsa senza scampo.


DAL LIBRO

"I piloti italiani fanno miracoli. Gli apparecchi da ricognizione sono vecchi caproni inermi e lenti, micidiali per chi ci vola. Gli aerosiluranti, empirici e rudimentali. Le uniche cose vive sono il valore e il coraggio dei piloti. Un nostro aviatore si rifiuterebbe di decollare con quegli apparecchi che qui chiamiamo a ragione Totenbaren, casse da morto."
- Erwin Rommel, la "Volpe del Deserto" -


"Gli sparai ai motori e si incendiò. Io miravo sempre ai motori per cercare di non uccidere gli aviatori avversari, ma purtroppo molti altri miravano proprio alla cabina di pilotaggio. Dal bimotore in fiamme vidi lanciarsi due uomini col paracadute. Ero contento che si fossero salvati e mi misi a circuitare per salutarli mentre scendevano. Vidi però che alzavano le mani spaventati e non ne capii il perché. Il comandante me lo spiegò poi a terra. La propaganda inglese inculcava agli equipaggi della RAF che noi italiani solevamo mitragliare i piloti inermi che si paracadutavano. Ovviamente non era vero…"
- Sergente Emilio Piva, 395° Squadriglia di caccia Fiat G.50, narra l’abbattimento di un Blenheim inglese (fronte Greco-albanese, 1941)


"Ci guardammo e reciprocamente sentimmo il desiderio di vederci a viso scoperto. Ci togliemmo la mascherina dell’ossigeno e tirammo indietro gli occhiali da volo. Ora ci vedemmo perfettamente, io avevo i baffetti scuri, lui quei baffi morbidi, con le punte in giù, biondi, tipici dello sportman inglese. Entrambi, nel modo più naturale, con un gesto della mano ci salutammo.
- Tenente Giuseppe Ruzzin

"Tenendomi esattamente fra la formazione che avanzava e il sole, ero esposto praticamente soltanto al tiro delle armi di prua dei primi tre bombardieri. Ma fu solo questione di attimi, perché vidi pochi traccianti passarmi vicino mentre puntavo proprio il capoformazione. Il quadrimotore ingrandì rapidamente nel mio parabrezza e, mentre aprivo il tiro alla distanza utile di 300 metri, mi sembrò insopportabilmente enorme. La collisione mi parve inevitabile…"
- Tenente Ezio Dell’Acqua, 22° Gruppo di caccia Macchi MC.202, ricorda quando si scagliò contro uno stormo di Fortezze Volanti B-17 (Italia meridionale, 1943)

Collana: OL - Odoya Library Numero di collana: 298 Isbn: 978-88-6288-451-8 Pagine: 648 Formato: copertina flessibile con alette Misure: 15.5 x 21 cm Data di pubblicazione: 2018 Prefazione: Gregory Alegi Autore: Mirko Molteni
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